Prove di lotta in salsa Mac

02/01/2001

2 gennaio 2001

Prove di lotta in salsa Mac
MANUELA CARTOSIO – MILANO

Ieri alla 14 c’era gran ressa al Burger King di piazza Duomo, unico polpettificio a disposizione a quell’ora. La concorrenza ha beneficiato dello sciopero nei ristoranti McDonald’s della zona che hanno cominciato a friggere patatine un’ora dopo. Effetto dello sciopero proclamato dai sindacati del commercio di Cgil, Cisl e Uil nei 40 McDonald’s di Milano e provincia. E’ durato due giorni, l’ultimo del 2000 e il primo del 2001. La sera di San Silvestro alcuni McDonald’s milanesi hanno tirato già la saracinesca in anticipo, mentre è stata chiusura totale solo al Mc di piazzale Loreto, il più sindacalizzato. Secondo le prime stime, su 1.200 dipendenti dell’area milanese hanno scioperato in 200. Pochi secondo i parametri tradizionali, ma "un risultato buono e incoraggiante trattandosi della prima volta e, soprattutto, trattandosi della McDonald’s" secondo Giuseppe Filippini, della Filcams-Cgil. La grande Emme gialla è sinonimo universale, oltre che di omologazione del gusto, di lavoro flessibile e precario, molta ideologia, bassi salari e possibilmente zero sindacato.
Per attutire gli effetti dello sciopero i ristoranti Mc Donald’s – sei a gestione diretta, i restanti in franchising – hanno ridotto gli orari d’apertura e spostato personale. Quelli che il pretenzioso lessico aziendale definisce "manager", capiturno a un milione e 600 mila lire al mese, hanno svolto le mansioni della "crew", la ciurma.
La rivolta contro i ruvidi metodi Big Mac è partita qualche mese fa da Firenze e il sindacato sta cercando di battere il ferro per portare a casa il riconoscimento dei diritti minimi e un accordo integrativo aziendale che insegue invano da un anno e mezzo. Un accordo valido per tutti i 15 mila dipendenti dei 295 ristoranti della catena, dei quali solo una trentina gestiti direttamente dalla multinazionale della polpetta. McDonald’s usa la divisione tra gestione diretta e franchising come alibi per non trattare. Sostiene di non poter trattare per conto dei licenziatari, ma è arcinoto che impedisce a questi ultimi di trattare in proprio. Un McDonald’s in franchising è giuridicamente un’azienda indipendente; di fatto, però, dipende in tutto e per tutto – dall’arredo alle materie prime, dalle procedure alla "filosofia" – dalla casa madre. Quando in un ristorante in franchising mette piede il sindacato, spiega Filippini, "scatta obbligatoriamente la consulenza imposta dalla McDonald’s".
Tre i punti fondamentali della piattaforma: inquadramento del personale (può succedere che in ristoranti diversi un manager stia allo stesso livello di un addetto alla friggitrice), gestione della flessibilità (gli orari cambiano in continuazione e con preavviso di poche ore), tutela della dignità. Dove per dignità si intendono cose semplici come poter bere un bicchier d’acqua o andare in bagno nelle ore di lavoro. L’8 gennaio l’attivo nazionale dei delegati McDonald’s farà il punto della mobilitazione in corso. Se questa non basterà a convicere la multinazionale a trattare, cosa farà il sindacato? "Noi stiamo tentando la via contrattuale", risponde Filippini, "di fronte all’ennesimo no della McDonald’s non ci resterà che la via giudiziaria". Ricorsi di massa alla magistratura per come McDonald’s usa e abusa del part time. In assenza di accordi specifici, appendere in baccheca al sabato gli orari della settimana successiva è "fuori norma". Solo questa inadempienza vale un risarcimento di 4 milioni per ogni anno di lavoro per ogni lavoratore. Ha già sentenziato così la magistratura di Firenze, Big Mac faccia i suoi conti.
In un’esilarante megaintervista al
Giornale, Mario Resca, presidente di McDonald’s Italia si vanta d’aver "rifocillato i comunisti" e si atteggia a benefattore della patria: il "circa" milione al mese del part time al Big Mac permette a tanti ragazzi di continuare gli studi. Sarà per questo che alla McDonald’s non concedono mai un giorno per il diritto allo studio: il giorno dell’esame all’università coincide sempre d’ufficio con il giorno di riposo. Altra perla: alla McDonald’s tutti possono fare carriera, e il Italia bastano tre anni per diventare direttore di un ristorante, contro i nove degli Usa. Il simpatico presidente tralascia di dire che la paga del direttore è di ben due milioni netti al mese.