Prove di dialogo – di Dario Di Vico

24/05/2002

24 maggio 2002



PROVE DI DIALOGO

di DARIO DI VICO

      Antonio D’Amato avrà pure «fatto trenta e non trentuno», non avrà tratto tutte le conseguenze dei suoi ragionamenti – come ha chiosato l’ex ministro Enrico Letta – ma il discorso che ieri il presidente ha tenuto all’assemblea annuale della Confindustria presenta diversi spunti di novità. E sarebbe un errore non sottolinearli. Innanzitutto D’Amato ha usato un linguaggio diverso nei confronti delle grandi organizzazioni sindacali, ha rinunciato a distinguere tra buoni (Cisl e Uil) e cattivi (Cgil) e ha addirittura affermato che sarebbe «maldestra» un’operazione di ridimensionamento della loro forza. Ma non è tutto. Il presidente ha anche riconosciuto il ruolo del sindacalismo nella lotta contro il terrorismo e nel risanamento finanziario degli anni Novanta.
      Si tratta di affermazioni importanti (che riecheggiano quell’«abbiamo bisogno di sindacati forti e intellettualmente onesti» che Marco Tronchetti Provera aveva scandito dal palco del meeting di Parma), se non altro perché contribuiscono a creare un clima di reciproca legittimazione che rappresenta la condicio sine qua non per la soluzione negoziale dei conflitti.
      Quel clima in questi mesi è mancato mentre hanno avuto libero corso manovre e sospetti reciproci.
      Le aperture di D’Amato hanno avuto come primo effetto quello di concedere al governo maggiore libertà d’azione e non è un caso che il premier, da uomo di comunicazione qual è, l’abbia utilizzata subito. Lasciando capire dal salotto di «Porta a porta» di essere disposto a rivedere i contenuti della delega sul lavoro e a centralizzare a palazzo Chigi la regia della trattativa.
      Nel discorso di D’Amato c’è stato anche un altro elemento degno di nota: l’affermazione che «la nuova Maastricht si chiama Lisbona». Riferendosi al vertice portoghese dei capi dei governi Ue del marzo del 2000 il presidente ha incalzato Cgil, Cisl e Uil sul loro terreno. Non è un mistero, infatti, che Sergio Cofferati faccia spesso riferimento agli esiti di quel vertice per indicare la strada maestra del rilancio del Vecchio Continente. Lisbona vuol dire scommettere su uno sviluppo che passi per «la via alta della competitività», più simile al modello californiano ad alta tecnologia che a quello romeno fatto di produzioni povere e bassi salari. D’Amato, dunque, è stato abile nell’allargare il ventaglio dei suoi argomenti e nel ricollocare la battaglia dell’articolo 18 nel nuovo contesto. Su una valutazione, infatti, i leader sindacali hanno ragione: ieri la Confindustria non ha rinunciato alla sua bandiera.
      Per questo al compiacimento per i nuovi accenti usciti da viale dell’Astronomia sarebbe un azzardo abbinare un pari ottimismo sull’evoluzione del conflitto che dura da mesi. La Cgil minaccia lo sciopero generale e Cisl e Uil parlano di prossime mobilitazioni. Toccherà al governo tradurre in atti concreti la sortita televisiva di Silvio Berlusconi, ma sarebbe un errore se nel frattempo i sindacati non raccogliessero la sfida lanciata da D’Amato. Se l’obiettivo è comune – realizzare il programma di Lisbona – perché le centrali sindacali non si mettono in grado di presentare una loro piattaforma? In questi mesi le confederazioni hanno raccolto grande consenso: è forse arrivato il momento di spenderlo non solo «contro» ma anche «per».
      L’assemblea di ieri è servita al presidente anche per rimodulare il rapporto con il governo in tema di politica economica. Dal forte sostegno al centrodestra – fu Berlusconi a parlare di programmi interscambiabili – si è passati a un atteggiamento più distaccato con punte di estrema franchezza. Il centrosinistra ne è stato così colpito che Gavino Angius e Vincenzo Visco hanno arruolato nell’opposizione quel D’Amato, fino a 24 ore prima descritto come bieco reazionario. Si tratta di esagerazioni ma di sicuro qualche ministro presente in sala non è stato contento di sentirsi rimproverare che la crescita quest’anno «sarà di un punto sotto il 2,3% indicato dal governo».