Prostitute: Le coop autogestite sono davvero la soluzione?

30/03/2001

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Firenze

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Le coop
autogestite
sono davvero
la soluzione?

prostitute

RAFFAELE PALUMBO


Hanno fatto discutere nei giorni scorsi le dichiarazioni del prefetto di Firenze Achille Serra al Security day, dove 103 prefetti hanno presentato altrettanti rapporti sulla sicurezza. Serra dice: togliamo la prostituzione dalla strada, per controllare meglio gli aspetti legati alla salute e per circoscrivere la lotta agli sfruttatori. Affermazioni che trovano un riscontro diretto nella proposta di legge presentata dal ministro della solidarietà sociale, Livia Turco, che vorrebbe così riformare la legge Merlin. La direzione in cui si intende andare evidentemente ha a che fare con due aspetti: controllare e delimitare. La stessa proposta di legge Turco vorrebbe cioè da un lato far uscire il mondo del sesso a pagamento dal cono d’ombra dell’illegalità, dall’altro si prefigge di «togliere le prostitute dalle strade».
Ma siamo sicuri che vietare la prostituzione in strada avrà come effetto il controllo del fenomeno? A guardare alle altre realtà europee – famose quella olandese e quella tedesca – si direbbe di no. Il modello della così detta zonizzazione – la prostituzione legale in alcune aree della città – vacilla e in molti casi crolla. I famosi «quartieri a luci rosse» stanno infatti smobilitando uno ad uno, a cominciare da Pigalle. Dunque un modello che ha funzionato in Europa, oggi non funziona più. Importarlo nel nostro paese adesso potrebbe essere anacronistico e controproducente. Parlare di prostituzione in Toscana come a Berlino e parlare dei problemi connessi alla prostituzione – problemi sanitari, di sicurezza, di legalità – significa parlare soprattutto dei problemi legati all’immigrazione. In Italia la grande maggioranza delle prostitute sono straniere: 50 mila ragazze coinvolte in un mercato che rende 180 miliardi al mese. Soldi che contribuiscono a fare dalle prostituzione il terzo business delle mafie in Europa, dopo la vendita di droga e di armi. La metà di queste 50 mila ragazze arrivano dall’Europa dell’Est ed hanno un’età media di 25 anni. Si tratta quasi sempre di prostitute costrette al mestiere, obbligate a una condizione molto vicina alla schiavitù.
Questo è il centro del problema e qualunque soluzione che non parta da questa considerazione rischia di non centrare l’obiettivo. Non basta vietare la prostituzione in strada né la costituzione di coop private su cui comunque i protettori attuali allungherebbero le mani. E poi, da chi sarebbero gestite? Ci sarebbero controlli sanitari obbligatori? Pagherebbero le tasse? Ci avvicineremmo di nuovo al vecchio modello di prostituzione di Stato? E che tipo di cooperative sarebbero, visto che la prostituzione – in Italia come in ogni altro paese del mondo – non è riconosciuta come lavoro? Soprattutto, in quale zona della città andrebbero a concentrarsi le prostitute?
In realtà le risposte a queste domande sono già arrivate dalle prostitute italiane che, dopo l’arrivo in strada delle straniere all’inizio degli anni ’90, lavorano in situazioni molto simili alle cooperative di cui alle volte si favoleggia. Due, tre persone al massimo per un’abitazione presa in affitto, pochi rapporti per un prezzo abbastanza elevato. In pratica l’identikit inverso delle prostitute straniere: le sex workers che conoscono i propri diritti e sanno far valere le leggi da loro dettate per salvaguardare la propria salute.
Le «coop» autogestite capaci di togliere la prostituzione dalla strada e dare insieme una serie di garanzie esistono già, come ben sanno le stesse forze dell’ordine. Ma esistono per chi può permettersele. Per le altre, la maggioranza delle prostitute, i problemi prioritari sono altri. La legge Merlin ha 43 anni. Riguardare quella legge è oggi doveroso. Farlo solo per dare un segnale politico riassunto dallo slogan «via le prostitute dalle strade», può essere sicuramente riduttivo.


autore del libro "La tua città sulla strada. Cronache di ordinarie prostituzioni" (ECP, 1998).