Proposte di welfare: salario o reddito minimo?

18/04/2007
    mercoledì 18 aprile 2007

    Pagina 28 – Job24

      Dossier
      Proposte di welfare

        Salario o reddito minimo?

          Le ragioni a favore e quelle contro i due strumenti antipovertà

            Pagine a cura di
            Loredana Oliva
            e Rosanna Santonocito

              Nel mondo, lo dicono i dati dell’International labour organisation (Ilo), 1,4 miliardi di persone sui 2,9 miliardi della popolazione totale dei lavoratori guadagnano meno di due dollari al giorno. Tra questi, 550 milioni non arrivano a un dollaro.

              Non è solo un problema dei Paesi poveri: in quelli ricchi il rischio di povertà si va pericolosamente alzando. Riguarda i giovani, anche in vista del futuro pensionistico dopo una carriera lavorativa all’insegna della discontinuità, e i nuclei il cui sostegno principale viene da un capofamiglia con un lavoro precario. Nel Regno Unito Stephen Nickell, uno dei più autorevoli economisti inglesi in un’analisi su «The Economist Journal» nel marzo 2004, metteva in evidenza un aumento della povertà tra il 1979 e il 1992, e una riduzione dal 97 al 2004. Merito del salario minimo introdotto da Tony Blair? Nickell non si sbilanciava.

              Salario minimo e reddito minimo garantito sono due strumenti proposti dagli economisti e dai governi per colmare le diseguaglianze. Ma anche per avvicinare i diversi soggetti che corrono in un mercato del lavoro a due velocità, ripristinando condizioni di equità tra coloro che oggi godono delle tutele assicurate da contratti e settori protetti e chi invece non le ha.

              Salario minimo e reddito minimo hanno destinatari e obiettivi diversi. Ma c’è chi pensa sia opportuno affiancarli all’interno di un piano di welfare moderno. E che questa impostazione contribuirebbe ad attenuare le resistenze alle riforme del mercato del lavoro, ad accompagnare la riduzione della tutela del posto di lavoro nel momento in cui a questa si sostituisse la protezione sul mercato del lavoro e, infine, a spingere lo sviluppo. Il salario minimo fissato per legge – già applicato in 19 Paesi dell’Ue a 25 (non in Italia) dove riflette le disparità di trattamento retributivo e di costo della vita nella Comunità (si veda la tabella) – è un tema di attualità in diversi Paesi. Si parla di uno standard minimo definito per tutte le prestazione di lavoro, che serve a proteggere quei lavoratori (i working poor) che, pur avendo un contratto e magari una continuità di prestazione lavorativa, sono a rischio di restare sotto un tetto economicamente e socialmente sostenibile. Il salario minimo deve funzionare come un tetto rovesciato che diventa il punto di partenza per avviare meccanismi di incentivazione e di emersione.

                Negli Stati Uniti in febbraio i democratici hanno fatto passare alla Camera l’aumento di due dollari di un minimo che era fermo da dieci anni a 5,15 dollari all’ora. Ha proposto un incremento il Governo del Giappone per correggere gli effetti del dual market.

                Il reddito minimo garantito è invece uno strumento di lotta alla povertà indirizzato ai soggetti a rischio di esclusione sociale che non hanno altre entrate: poveri senza lavoro, disoccupati di lunga durata, per i quali funziona da ammortizzatore sociale. Nella sua accezione più ampia può essere un "gettone" universale garantito dalla comunità a tutti i suoi membri indipendentemente dalle condizioni economiche. Oppure erogato in modo condizionato, per esempio soltanto a chi non ha altri redditi. Esiste in forme diverse in numerosi Paesi europei, e il Brasile ha fissato con Lula un reddito di base nel 2004.

                In Italia, dove il diritto a percepire un reddito minimo è limitato ad alcune categorie di lavoratori, questo è un tema che si ripresenta nel dibattito politico-economico. Al contrario del salario minimo: il tetto salariale verso il basso storicamente non trova sostenitori convinti nel nostro Paese. Non lo sostiene il sindacato, che teme di vedere sminuito il suo ruolo di autorità salariale. Un’altra obiezione ripetuta poggia sul fatto che un meccanismo che stabilisce di fatto il "prezzo" del lavoro lo renderebbe meno flessibile rispetto a quanto facciano la contrattazione e le regole del mercato.

                «C’è una forte opposizione del sindacato – commenta Tito Boeri -, direttore scientifico della Fondazione Rodolfo Debenedetti – che dimostra come oggi esso rappresenti quella fascia di lavoratori le cui retribuzioni sono sopra i minimi contrattuali, non i più poveri. Quanto alla flessibilità, non si ridurrebbe per la gran parte dei lavoratori. Parliamo non di livello massimo, ma di minimi, rimane ampio spazio per la contrattazione».

                Le obiezioni più frequenti al reddito minimo, invece: scoraggerebbe la partecipazione al mercato del lavoro soprattutto nel Sud, tra le donne e disincentiverebbe il part time e il lavoro occazionale; Un’applicazione equa si scontra con la difficoltà di verificare il reddito effettivo dei beneficiari potenziali.

                Per gli economisti della Fondazione Rodolfo Debenedetti, che propongono un piano di intervento che comprende sia salario minimo (5 euro all’ora, pari a 826euro mensili, ma differenziati per macroaree e per età) che reddito minimo (400 euro su un target calcolato del 7% delle famiglie italiane, con un costo di 5 miliardi di euro lordi, tre al netto di spese assistenziali erogate oggi), il salario minimo costituirebbe un riferimento certo anche per i lavoratori del sommerso, incentivaldoli a ripristinare le condizioni di regolarità per tutelare i propri livelli retributivi.

                «Nel Sud – continua Boeri – dove una percentuale non piccola dei salari è sotto i cinque euro, pensiamo all’edilizia e ai lavoratori immigrati, ci sarebbe un incremento consistente e non toglierebbe posti di lavoro, perché a quel livello il potere contrattuale del datore di lavoro sfiora le condizioni di monopolio». Il reddito minimo garantito, destinato a chi non lavora e ai lavoratori autonomi «andrebbe legato a politiche di attivazione all’inserimento e a controlli fatti nell’orario di lavoro, che sono molto importanti per la sua efficacia».

                Lo stesso discorso vale per la verifica dell’effettivo diritto dei soggetti a riceverlo. «In questo come in tutti gli altri casi che prevedono l’autocertificazione, c’è la tedenza delle famiglie, quelle concentrate nella fascia attaccata alla soglia che consente di rientrare nelle prestazioni, a sottostimare il proprio reddito». Un fenomeno, si legge nello studio della Fondazione, che è stato riscontrato non solo nel Mezzogiorno, ma anche in regioni del Nord come il Friuli.