Pronto, chi lavora? Come cambia Cagliari

02/12/2004





 
   
mercoledì 1 Dicembre 2004
INCHIESTA




 
Pronto, chi lavora? Come cambia Cagliari
Dal petrolchimico alla telefonia, la nuova occupazione in Sardegna
Il vecchio modello industriale incentrato sulla chimica e il minerario e pluriassistito dalla Regione Sardegna, va in pensione lasciandosi alle spalle gravi «residui sociali» e problemi irrisolti. I nuovi lavori, legati soprattutto alle società di telefonia e alla distribuzione, sono precari, instabili, a termine

GIANNA LAI
MARCO LIGAS

CAGLIARI

Da alcuni anni la provincia di Cagliari è al centro di una profonda trasformazione nelle attività produttive e nell’organizzazione del lavoro. I settori maggiormente interessati sono quelli delle telecomunicazioni e della grande distribuzione. Il cambiamento è all’insegna dell’innovazione tecnologica e della crescente produzione di servizi secondo le regole della precarizzazione dei rapporti, dell’uso massiccio del part-time e delle basse retribuzioni. E già si vedono gli effetti del decreto attuativo 276 della legge 30, con la crescita del lavoro in affitto o a progetto, a chiamata, ripartito fra più persone, a contratto di inserimento, sempre affidato a agenzie interinali private.

Telecom & C.

Il lavoro che cambia a Cagliari si chiama Telecom (Tin.it e Atesia), Tiscali, Sky, Interteam, e H3g, telefonia di nuova generazione ed Energit, telecomunicazioni, energia e servizi innovativi. Si tratta di imprese che vendono sistemi informatici in tutto il mondo e hanno dappertutto postazioni call center. La loro è stata una crescita repentina. Le centrali telefoniche appartengono a Telecom che affitta le centraline contenenti schede adsl e modem alle altre aziende, e tutte le imprese hanno il cuore del servizio a Cagliari, per un complessivo numero di dipendenti che supera i tremila stabilizzati. 800 sono i dipendenti di Tiscali, di cui 200 quelli del call center, tutti full time. Oltre 400, soprattutto ragazze a part time, alle dipendenze dell’imprenditore giapponese di H3g, 600 i dipendenti ai call center di Interteam, nella maggior parte dei casi assunti a contratto di formazione lavoro che abbatte i contributi nei primi anni. E poi ci sono le agenzie, Inova, Gilla, Consulting, con oltre 200 dipendenti. Sono il modello di una nuova organizzazione del lavoro secondo uno schema, quello di Tiscali ad esempio, che si struttura nel servizio clienti, numero verde, call center, assistenza tecnica e commerciale, settore commercio, uffici legali e delle relazioni. Il contratto applicato da tutti ma non da tutti rispettato è quello delle telecomunicazioni che prevede un tempo pieno di 8 ore, 40 ore settimanali, per 800 euro mensili, più un premio di produzione a Tiscali e Telecom, conteggiato sulla base del fatturato previsto.

A Cagliari il 70% dei dipendenti è costituito da giovani donne con un alto livello di istruzione per un lavoro quasi sempre part-time, se si esclude Tiscali e Telecom, perché alla lunga è poco sostenibile il tempo pieno in attività così usuranti e ripetitive. Ed è un lavoro adatto a zone ad alta disoccupazione, che non consente avanzamenti di carriera, «dopo due anni non mi dà la possibilità di crescita né di inquadramento professionale diverso», dice un giovane diplomato dipendente di Interteam, perché solo pochi passano ad altre attività meno ripetitive. Ad esempio, a Tiscali si può passare da operatore delle linee alla gestione clienti, l’ufficio tecnico che controlla le linee, e poi alla formazione che prevede una professionalità più alta. Ma dobbiamo anche dire che ci sono due generi di call center, uno con lavoro garantito, l’altro no, come per i 200 co.co.cò. di Interteam e Gilla, a part-time e a progetto, sempre più numerosi questi ultimi nelle piccole agenzie. Quindi ci sono i ragazzi che guadagnano solo se fanno contratti, a provvigione, come i 200 dipendenti di E800, spesso senza copertura dell’articolo 18, quasi sempre non sindacalizzati. Talune aziende allungano i tempi del contratto per ritardare i tempi di ingresso del sindacato; nei contratti individuali i punti cruciali restano ferie, malattia, ritmi di lavoro troppo intensi, oltre alla tutela della maternità, alla sicurezza, al diritto alla formazione.

Nuovi lavori

Il lavoro nuovo è anche la grande distribuzione, in espansione col 16% di incremento del fatturato nell’isola, che risulta la seconda regione in Italia, dopo la Campania. Ha nomi illustri: la Rinascente, la Standa, le città mercato di Santa Gilla e di Pirri, Metro e Carrefour, le multinazionali del liberismo che portano via anche le ultime risorse dall’isola e rimodellano le relazioni sociali dentro la città, dove calano massicciamente le vendite al dettaglio, chiudono i negozi e i piccoli negozianti autonomi si trasformano in commessi sfruttati nelle megastrutture di una anonima e sempre uguale periferia urbana. Migliaia i dipendenti nel territorio di Cagliari, la metà a tempo pieno, l’altra metà a part-time da 16 a 24 ore. Lavoratori stabilizzati e tutelati da contratti nazionali e integrativi aziendali, ma secondo uno schema flessibile di part-time, orizzontale per 6 giorni la settimana, ciclico per un determinato periodo, con orari spezzettati. Un esempio di assunzione praticata, 16 ore da svolgersi tra il sabato e la domenica. Nato per la straordinarietà – dalla parte del lavoratore debole, giovani al primo lavoro, donne, adulti in uscita, e regolato secondo una sentenza della Corte Costituzionale che vieta part-time con clausole flessibili (lavoro supplementare, allungamento di orario) perché impediscono al lavoratore di stipulare altri contratti e giungere a una retribuzione dignitosa secondo il dettato costituzionale – il lavoro flessibile e part-time diviene lavoro precario generalizzato, ora dalla parte dell’azienda, regolato sul concetto produttivistico americano, alla McDonald’s, secondo cioè una curva della produttività che scende dopo le 4 ore di lavoro. Così, alla cassa quattro ore al giorno ultraproduttive, per un tempo scadenzato secondo il criterio fordista sulle file, un apri e chiudi gestito dal controllo barriera.

Oltre alle figure tutelate c’è già un part-time che non tutela, che con la legge 30 si radicalizza nelle clausole della flessibilità e che presto sarà esteso a tutta la grande distribuzione e anche al settore delle telecomunicazioni, insieme al lavoro a progetto, lavoro rigorosamente subordinato per regole fisse, orari, organizzazione imposta dalla azienda, e che quindi avrebbe diritto alle tutele. Mentre non vi è per i lavoratori alcuna possibilità di miglioramento professionale o di nuova professionalità, se non passaggi dal part-time al tempo pieno, a causa di una struttura fortemente accentrata che destina agli uffici solo il 5% del personale e che spiega ancora una volta la presenza massiccia delle donne in lavori faticosissimi, instabili e sottopagati.

Occupazione povera

Occupazione povera e senza crescita che peggiora nella piccola e media distribuzione e nei servizi, dove la flessibilità senza regole assume le forme più selvagge di part-time (2 ore al mattino, 2 ore al pomeriggio) che impedisce qualunque altra possibilità di ricerca di lavoro.

Queste nuove unità produttive segnano una profonda trasformazione della precedente struttura industriale. Se si seguono le vicende delle vecchie aziende, infatti, si registrano o l’abbandono delle precedenti attività produttive o mutamenti continui nelle programmazioni aziendali e nell’organizzazione del lavoro: mobilità, cassa integrazione, instabilità. In alcune fabbriche questi dati sono persino clamorosi come nella Syndial (ex Rumianca, ex Enimont), che passa dai 1500 lavoratori del 1977 agli attuali 380. Oggi la direzione aziendale di questa azienda si avvia a interrompere lentamente, nell’intento di evitare una pericolosa conflittualità sociale, tutte le attività. Già alcuni reparti della fabbrica sono stati dismessi. Ma non è solo la petrolchimica a subire il collasso. Non diversa è la situazione alla Bridgestone, ex Ceat, un’azienda che produce cavi d’acciaio per la costruzione di gomme auto. Dopo un periodo di massima produttività, coincidente con l’accordo che la Ceat ha stipulato su scala nazionale con l’Urss, un gruppo di giapponesi rileva la fabbrica, introduce nuovi macchinari e una nuova organizzazione del lavoro: vengono messi in cassa integrazione 154 lavoratori e al loro posto vengono assunti, con contratto di formazione lavoro, altrettanti giovani. La motivazione usata per questi cambiamenti è che il personale non possiede una preparazione professionale adeguata. Attraverso questi ricambi vengono esclusi lavoratori che si trovavano al quarto o al quinto livello e sostituiti con altri più giovani con livelli di scolarità più alti ma con qualifiche inferiori, di secondo livello. Si potrebbe continuare con questi esempi (la Carbosulcis, la Portivesme srl, l’Euroallumina, per citarne alcuni): da soli indicano come sia fallita, dopo quella del comparto minerario, anche la seconda opportunità di industrializzazione, quella della petrolchimica.

E la Regione paga


Eppure, non va dimenticato che tutte queste aziende hanno ricevuto cospicui contributi dalla Regione Sarda. In più di una occasione le scelte di queste aziende si sono basate su un pesante ricatto riassumibile nel binomio: richiesta di finanziamenti/minaccia di licenziamenti. La regione ha subìto questo ricatto e ha accettato il ruolo di elargitrice di sovvenzioni al fine di garantire anche per brevi periodi livelli minimi di occupazione, senza i quali non sarebbe stato possibile evitare la conflittualità sociale. Così ha ridistribuito i flussi di risorse pubbliche derivanti dalla finanza propria, da quella statale e successivamente da quella comunitaria, dando vita a una rete clientelare fittissima. In realtà, ci sono alcune analogie tra la crisi delle miniere e quella della petrolchimica: in entrambi i casi si è trattato di investimenti su territori che non favorivano una diffusione di quelle attività industriali: nel Sulcis non esistevano le condizioni per alimentare un’industria siderurgica e la produzione di energia a bassi costi. La Sardegna non assomigliava certo ai paesi europei dove questi processi sono andati avanti per decenni. La natura esogena dei capitali investiti, che rende più instabile il processo di industrializzazione, è l’altro aspetto della crisi delle miniere, resa poi pressoché definitiva, per la concorrenza in seguito all’apertura dei mercati europei.

Anche il comparto chimico si presta poco a diffondere nel territorio altre attività. A questo carattere intrinseco dell’industria petrolchimica si aggiunga poi la crisi che subentrò a metà degli anni Settanta che non permise neppure, in alcune aziende, l’ultimazione degli impianti. I capitali esogeni o pubblici sono l’altro aspetto comune all’industria mineraria. In definitiva la Sardegna offrì a questo comparto le risorse finanziarie e l’uso del territorio e non valutò adeguatamente le conseguenze di queste scelte che favorirono il fallimento dei due obiettivi di fondo del piano di rinascita: la valorizzazione delle risorse locali e la perequazione dei livelli di reddito tra la popolazione sarda e quella nazionale.