«Pronti a cambiare il decreto sulle 40 ore»

10/02/2003




lunedì 10 febbraio 2003
«Pronti a cambiare il decreto sulle 40 ore»

Sacconi: si tratta solo di un tetto. I sindacati: ma è un’invasione di campo del governo

      ROMA – Per i dipendenti pubblici non ci sarà alcun peggioramento dell’orario di lavoro. Il governo, «entro i prossimi 10 giorni», incontrerà i sindacati e chiarirà loro che il decreto legislativo che recepisce la direttiva europea sull’orario di lavoro a 40 ore settimanali non comporta un peggioramento delle più favorevoli condizioni stabilite dai contratti (in genere 36 ore). Se necessario, il decreto, che ancora deve ricevere i pareri delle Camere, sarà modificato prima del varo definitivo. Lo ha annunciato ieri il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi, rispondendo così alla lettera di Cgil, Cisl e Uil che, nei giorni scorsi, hanno chiesto un incontro urgente al governo, allarmate per il rischio che gli statali potessero tornare a un orario di 40 ore. «È l’ennesima tempesta in un bicchier d’acqua», dice Sacconi. «Il decreto legislativo – spiega – fissa il massimo, non il minimo di ore settimanali, e restano in vigore i contratti e i principi più favorevoli ai lavoratori. Nel pubblico impiego non cambia nulla». Ma i sindacati resteranno in guardia fino a quando non ci sarà l’incontro col governo. «Non è vero che non cambia nulla – replica il segretario confederale della Cisl, Nino Sorgi -. Nel provvedimento del governo c’è una norma transitoria finale che mantiene inalterate le condizioni determinate dai contratti di lavoro solo fino al 31 dicembre 2004. Poi, tutto potrebbe tornare in discussione. Se ora Sacconi dice che valgono i contratti, abolisca questa norma finale». Aggiunge Gian Paolo Patta (Cgil): «Serve un chiarimento definitivo. Per questo attendiamo una sollecita convocazione dal governo». Solo Antonio Foccillo (Uil) concorda con Sacconi sul fatto che «si è montato un caso enorme» e che «non bisogna creare allarme».
      Tutto questo accade, sottolinea Sacconi, perché sindacati e imprese, «che hanno avuto un anno per trattare, non hanno trovato l’intesa su un "avviso comune" che il governo avrebbe semplicemente recepito nel decreto». Con l’avviso comune, continua il sottosegretario, le parti «avrebbero potuto benissimo specificare che con i futuri contratti non si sarebbe riaperto il capitolo orario a danno dei lavoratori». Ma l’intesa, per vari motivi, non è stata raggiunta e quindi il governo ha dovuto procedere. Anche perché l’Italia è già stata condannata dall’Ue per il ritardo nell’adozione della direttiva e rischia pesanti sanzioni economiche. «Noi – dice Sacconi – ci siamo limitati a recepire la direttiva. Che, tra l’altro, ci impone di estendere il tetto delle 40 ore settimanali a tutti i lavoratori, compresi quelli pubblici. Ma si tratta appunto di un tetto. Comunque, se c’è bisogno di precisare che le migliori condizioni contrattuali restano salve, lo faremo». Infine, secondo il sottosegretario, non ci sarebbe alcun problema neppure per il settore privato.
      Ciò che invece preoccupa di più il governo, aggiunge Sacconi, sono le molte vertenze contrattuali in corso, da quella del pubblico impiego (tre milioni e mezzo di dipendenti) fino a quella dei metalmeccanici (circa un milione e mezzo): «Ritengo che sia necessario fare tutto il possibile per favorire la conclusione dei rinnovi dei contratti di lavoro». Rispettando «l’obiettivo del contenimento dell’inflazione», ma trovando anche il modo di «tener conto in termini efficienti degli incrementi di produttività». In altre parole, la ricetta del governo è quella di concentrare gli aumenti sui contratti decentrati (aziendali o territoriali), limitando quelli nazionali entro il tetto dell’inflazione programmata (1,4% quest’anno).
Enrico Marro


Economia