Programma, sulla concorrenza la Cgil apre a Prodi

03/05/2005

    martedì 3 maggio 2005

      ITALIA-POLITICA – pagina 14

        Centro sinistra / Il Professore: dureremo cinque anni

        Programma, sulla concorrenza la Cgil apre a Prodi

          BARBARA FIAMMERI

          ROMA • « Se vogliamo semplificare: sì la concorrenza è di sinistra. E non è uno slogan, perché le liberalizzazioni portate avanti negli anni 90 in Italia hanno incontrato sempre la disponibilità del sindacato » .
          Non usa mezze parole Beniamino Lapadula, il responsabile economico della Cgil, nel sostenere che « il mercato » non spaventa il popolo della sinistra. « È ovvio però — aggiunge — che non si può ritenere la concorrenza condizione sufficiente a superare l’attuale difficile situazione ». La Cgil e il sindacato in generale, dice in sostanza Lapadula, non temono la concorrenza e tantomeno una ripresa del processo di liberalizzazioni « che deve però precedere o avvenire contestualmente alle privatizzazioni. Altrimenti, come è avvenuto in alcuni casi, si generano ulteriori distorsioni».

          Quella di Lapadula, del resto, non è certamente un’uscita solitaria all’interno del sindacato di Corso Italia. Si fonda, al contrario, su un ampio lavoro teorico che ha al centro anche uno studio su « Finanza, concorrenza e regolamentazione » elaborato da Renzo Costi e da Marcello Messori per la Fondazione Di Vittorio (si veda il Sole 24 Ore del 1° maggio). Il saggio, che sarà presentato a giorni insieme ad altri 120 contributi per «un nuovo progetto di sviluppo», fa della liberalizzazione e dell’ «apertura alla concorrenza dei mercati protetti», uno strumento in grado di offrire grandi « vantaggi nel medio periodo agli aggregati sociali a basso reddito e alle imprese essenziali allo sviluppo economico del Paese».

          Parole che certamente fanno piacere a Romano Prodi, al lavoro nella sua « fabbrica » bolognese per mettere a punto il programma dell’Unione. Le aperture della Cgil sul fronte della concorrenza, infatti, renderanno più agevole la stesura delle tesi sul rilancio dell’economia. Aiutando anche a superare le prevedibili resistenze di Bertinotti. Significative indicazioni potrebbero già arrivare oggi dal convegno organizzato dalla Fondazione Italianieuropei dal titolo emblematico: « Contributo per un programma riformista » . Un confronto a tutto campo — dalla politica estera all’economia — cui parteciperanno D’Alema, Fassino, Amato e Rutelli.

          Ieri, intanto, Prodi il «testardo» (come si è definito in un’intervista) ha ribadito da Bologna la sua posizione rispetto al " problema" Cina. «I dazi alla Cina — ha premesso — sono impossibili, perché l’Italia non può mettere dazi, ma al massimo li può mettere l’Europa » . In un incontro con numerosi imprenditori organizzato nella sua Fabbrica per il programma, il leader dell’Unione ha spiegato che quel che occorre è « far rispettare le leggi con durezza e con tenacia e avere un’amministrazione efficiente che controlli che non entrino beni illegali » . Insomma, « se noi poniamo delle normative tecniche di altissimo livello per le nostre imprese e poi permettiamo che entrino apparecchiature che non rispettano queste norme o che vengano falsificati i marchi, ci tiriamo la zappa sui piedi » . Un’opinione condivisa anche da Diego Della Valle: « Parlare di dazi su prodotti che non costano nulla— ha commentato il creatore delle Tod’s— è assurdo: il 200 300% di quasi nulla, resta quasi nulla».

            Unificare le eterogenee aree del centro sinistra resta, comunque, il compito più arduo che Prodi ha di fronte. Lui sfodera ottimismo. Dice che se vincerà le elezioni governerà per cinque anni. Ma l’unità della coalizione è ancora da costruire. E se la Cgil — che della sinistra rappresenta una parte rilevante — su concorrenza e privatizzazioni manifesta disponibilità, molto più rigida appare su temi quali la flessibilità del mercato del lavoro e, quindi, sul futuro della legge 30. «In questi anni per sostenere la competitività — conclude Lapadula— si è puntato tutto sulla flessibilità e sul costo della manodopera e, invece, nulla è stato fatto per innovare i prodotti. Oggi di questa miope strategia tutti pagano le conseguenze ».