Programma di governo: via la legge 30

25/02/2005

    venerdì 25 febbraio 2005

      Non servono aggiustamenti, c’è bisogno di una visione alternativa a quella che ha ispirato la controriforma di Maroni
      Programma di governo: via la legge 30
      Cgil al centrosinistra: un confronto sul lavoro. Ridare centralità al contratto a tempo indeterminato

        Felicia Masocco

          ROMA La legge 30 va cancellata, la «filosofia» della riforma del mercato del lavoro va rovesciata, per la Cgil aggiustamenti non sono sufficienti, «serve un programma alternativo a quello del centrodestra», c’è un anno di tempo per elaborarlo. Il sindacato di Guglielmo Epifani ha le sue proposte, ieri le ha illustrate ai rappresentanti dei partiti dell’Unione, «come contributo» ha precisato Epifani, senza sconfinare in campi altrui, senza cioè avere la pretesa di scrivere un programma di governo, ma senza rinunciare a chiedere «scelte nette», visto che «il paese è a un bivio: o si va di qua o di là». Il sindacato chiede a Prodi un tavolo «per un confronto vero e approfondito», «sappiamo – ha precisato il segretario generale – che nell’Unione ci sono punti di vista diversi, noi portiamo il nostro». E il confronto va ripreso anche con Cisl e Uil e con le forze imprenditoriali.

            Il punto di vista della Cgil è quello di chi non ha cambiato idea sulla riforma del mercato del lavoro. La novità sta nell’aver affiancato alla richiesta di «cancellare» le norme attuali, la proposta di «nuove norme che innanzitutto ridiano centralità al contratto di lavoro a tempo indeterminato». È Fulvio Fammoni, segretario confederale a illustrare il quadro delle proposte ai responsabili Lavoro dei partiti dell’Unione nel corso di un seminario. È tempo di bilanci, dice Fammoni, «ma soprattutto è tempo di dare corpo e sostanza ad una idea diversa di mercato del lavoro: quali diritti, quali nuove tutele in un mondo che è cambiato e, per quanto riguarda il nostro paese, è profondamente peggiorato».

              Il cuore della proposta di Corso d’Italia sta nel «riportare il contratto di lavoro a tempo determinato a forma tipica e arrivare dalle attuali 49 tipologie di contratto non ordinarie a 7-8 forme soltanto». Va affrontato e risolto l’abuso delle collaborazioni coordinate e continuative equiparandole al lavoro subordinato anche da un punto di vista previdenziale e fiscale. Per il part time va ripristinato l’equilibrio tra contrattazione collettiva e rapporto individuale «pesantemente manomesso». Per la Cgil, inoltre, il lavoro in somministrazione deve tornare ad essere lavoro temporaneo, con causali e percentuali massime di utilizzo rimesse alla contrattazione collettiva. E l’apprendistato e il contratto di reinserimento devono «formare» per davvero. Il vantaggio per l’azienda, comunque, deve essere di natura contributiva e fiscale, non basato sulla compressione di diritti. Viene anche proposta una riforma degli ammortizzatori sociali, il cui obiettivo è difendere e riqualificare il lavoro e non agevolarne la fuoriuscita come fa, invece, la delega 848 bis, mettendo gli strumenti di sostegno al reddito a disposizione di tutto il sistema economico.

                La richiesta di confronto ha avuto immediata accoglienza dai politici intervenuti, da Paolo Ferrero di Rifondazione, a Natale Ripamonti dei Verdi, a Dino Tibaldi del Pdci. Cesare Damiano si è detto convinto della necessità di ripristinare il metodo della concertazione ignorato da questo governo, e di operare per l’unità del sindacato laddove il governo ha puntato a dividere. Per nulla convinto invece che l’abrogazione della legge 30 sia la via giusta: «Non penso – ha detto il responsabile Lavoro della Quercia – che Prodi possa limitarsi nel programma ad abrogare le molteplici leggi che non funzionano. La legge 30 va sostituita, cancellando le norme che precarizzano il lavoro», il «supermercato» va insomma chiuso, «la flessibilità va fortemente selezionata ed inoltre deve costare di più». La bussola, concorda con la Cgil, non può non essere il lavoro a tempo indeterminato. D’accordo anche Tiziano Treu. L’ex ministro del Lavoro che con il suo «pacchetto» di flessibilità (regolata e concertata) ne introdusse un bel po’ se premette che è necessario «fare proposte in avanti senza tornare indietro», arriva poi alla conclusione che la prima cosa da fare è «cancellare forme estreme di flessibilizzazione della riforma come il lavoro a chiamata e lo staff leasing», porre un freno alla «reiterazione» per cinque o sei anni dei contratti a termine, puntare insomma al tempo indeterminato incentivando la stabilità. Le conclusioni ad Epifani per il quale la strategia del governo sul lavoro «ha fallito». «In tutti gli accordi firmati, anche con mediazioni unitarie complicatissime – spiega – non è stata applicata la maggior parte degli istituti previsti dalla legge 30, o sono stati migliorati».