Professionisti in pensione più tardi

07/10/2003

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
237, pag. 3 del 7/10/2003
di Teresa Pittelli


Scoppia la polemica sulla riforma che impone alle casse privatizzate un giro di vite sui trattamenti.

Professionisti in pensione più tardi

De Tilla (Adepp): norma illegittima, in pericolo l’autonomia

Giro di vite sulle pensioni anche per i liberi professionisti. La riforma della previdenza approvata venerdì scorso dal consiglio dei ministri, che porta a 40 anni di versamenti o a 65 di età i requisiti per il pensionamento e impone un tetto alle pensioni d’oro, potrebbe applicarsi anche alle casse privatizzate (gli enti di previdenza di avvocati, ingegneri, dottori commercialisti, farmacisti, etc.).

L’estensione è infatti prevista dalla bozza in entrata dell’emendamento alla delega sulla previdenza, varato da palazzo Chigi il 3 ottobre scorso. E ha già suscitato la reazione del mondo professionale, che ora chiede di ridefinire la norma che, essendo ancora al vaglio degli uffici tecnici del ministero del welfare, potrebbe essere già ´ammorbidita’, se non eliminata, nel testo definitivo.

Il problema è nel contrasto tra il dettato della legge e l’autonomia normativa degli enti dei professionisti. Per Maurizio de Tilla, presidente dell’Adepp (l’associazione delle casse di previdenza privatizzate), si tratta ´di una norma illegittima, perché invade la sfera di autonomia delle casse privatizzate’.

- La bozza di emendamento. Il testo arrivato sul tavolo dell’ultimo consiglio dei ministri prevede che le disposizioni relative ai requisiti di vecchiaia e anzianità per accedere alla pensione ´trovano applicazioni per gli enti previdenziali privatizzati di cui al decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, e al decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103′.

E gli stessi enti, sempre secondo l’emendamento, dovranno ´definire un massimale per i nuovi trattamenti pensionistici, non inferiore a un importo pari a 516 euro al giorno’. Si tratta delle casse dei professionisti privatizzate per la maggior parte con il dlgs del ’94, e di quelle più giovani, come le gestioni di biologi, psicologi, o periti industriali, arrivate nel ’96.

Enti che godono, in base alle leggi istitutive, di autonomia normativa e contabile, in nome della quale mal sopportano l’imposizione per delega di requisiti di accesso e massimali alle pensioni. Spiega ancora de Tilla: ´Nei contenuti la norma non ci fa paura, perché detta criteri che la maggior parte di noi aveva già adottato, nell’ambito della propria autonomia’.

É vero, infatti, che la maggior parte dei professionisti, per statuto, va già in pensione a 65 anni.

E che molti regolamenti già prevedono il tetto sull’importo della pensione liquidata. I pensionamenti di anzianità, poi, sono piuttosto esigui, circa il 2% del totale delle uscite anticipate dei professionisti.

E quindi l’innalzamento da 35 a 40 anni del requisito contributivo non dovrebbe avere conseguenze eclatanti sulla generalità degli iscritti.

Ma è il metodo, cioè ´l’imposizione per legge di una riforma strutturale dei sistemi previdenziali’, che non convince i professionisti. Che dalle modifiche alla delega si aspettano il via libera alla totalizzazione, e magari lo stop alla doppia tassazione delle pensioni, annunciati giovedì scorso dal sottosegretario al welfare, Alberto Brambilla (si veda ItaliaOggi del 3 ottobre). Ma non una ´riforma’ dei loro sistemi, sia pure di impatto limitato.