PROFESSIONISTI, GUARDATE ALL’EUROPA, 14.10.1999, di Giuseppe Tesauro

Giovedì 14 Ottobre 1999 IlSole24ORE
Professionisti, guardate all’Europa

diGiuseppe Tesauro Presidente dell'Antitrust*

Il tema della modernizzazione delle libere professioni è al centro di un dibattito sempre più vivace; e ciò essenzialmente in funzione dei tentativi del Governo di promuovere un riordino complessivo della normativa concernente le professioni intellettuali. È singolare peraltro che sia i fautori dello status quo sia quelli che invece sostengono la necessità di una profonda revisione del sistema attuale facciano di frequente riferimento all’Europa.

Cominciamo dunque dall’Europa. È ormai acquisito che è possibile svolgere stabilmente o anche in modo occasionale attività professionali in un altro Stato membro dell’Unione. Aggiungo subito che non si tratta di una novità dell’ultima ora, ma di previsioni contenute già nel trattato istitutivo della Ce del 1957. Nella misura in cui, allo stato attuale, è da escludere che si possa impedire l’ingresso in Italia di professionisti comunitari, se non incorrendo in violazioni di quella normativa, non ha alcun senso combattere battaglie di retroguardia: molto meglio attrezzarsi in modo da competere efficacemente rispetto ai concorrenti non italiani ed evitare di mantenere il sistema Italia in una posizione di oggettiva marginalità nel "mercato" dei servizi professionali. In tale contesto è peraltro innegabile che il non aver finora provveduto a una modernizzazione dei meccanismi associativi professionali costituisce motivo di rammarico, essendo fortemente penalizzante per gli stessi professionisti.

Vengo ora ai profili che più direttamente hanno interessato l’Antitrust, l’istituzione cui il legislatore ha affidato il compito di vigilare sulla libera concorrenza. Il tema degli Ordini professionali è stato, in particolare, oggetto di un’indagine conoscitiva e di più segnalazioni alle competenti autorità governative, l’ultima del febbraio di quest’anno.

I rilievi dell’Antitrust hanno riguardato e riguardano tutti quei vincoli che investono il settore dei servizi professionali, precludendone l’apertura alla concorrenza. In particolare, l’Antitrust ha il compito e il dovere di intervenire — ciò che non ha mancato di fare — in presenza di comportamenti anticompetitivi dei professionisti e delle loro associazioni ovvero di norme che, nel disciplinare l’esercizio della professione, comportano, facilitano, consolidano o impongono alterazioni della concorrenza che siano sanzionate come illegittime dalla legge italiana ovvero dalle norme comunitarie.

Tali norme riguardano, è vero, i comportamenti delle "imprese". I professionisti tendono, risentiti dal solo accostamento, a negare che l’attività professionale possa essere qualificata in termini di impresa. A questo proposito, vorrei tentare se non di fugare qualche preoccupazione di troppo, o peggio qualche pregiudizio, almeno di chiarire alcuni termini della questione. La nozione di impresa nel sistema comunitario è stata identificata con la valenza economica dell’attività ed è dunque molto ampia, fino a comprendere anche l’attività dei lavoratori autonomi e dei liberi professionisti, rispetto ai quali la stessa Corte di giustizia ha precisato che il fatto che essi esercitano un’attività intellettuale non è tale da escluderla dalla sfera di applicazione delle norme a tutela della concorrenza.

La nozione di impresa utilizzata come condizione di applicabilità delle norme comunitarie sulla libera circolazione dei servizi, sullo stabilimento e sulla concorrenza, non è altro che un modo per discriminare tra contenuto economico e non dell’attività svolta in regime di autonomia, tra gratuità e non di una prestazione di servizi, tra conseguente applicabilità o non del regime comunitario riguardante i lavoratori autonomi. Viceversa, l’utilizzazione e l’interpretazione di tale nozione niente ha da dividere, comunque non necessariamente, con il regime d’impresa come disciplinato dai codici civili o commerciali degli Stati membri. Basti dire che il fallimento riguarda l’imprenditore, non l’avvocato o il commercialista o il geometra in quanto professionisti. Non si comprendono pertanto, se non in una prospettiva di dialettica inutilmente allarmistica e per ciò stesso sterile, la ragione sociale e le motivazioni tecniche che ispirano la negazione dell’accostamento tra il professionista e la nozione di im
presa ai fini specifici dell’applicazione della disciplina della concorrenza.

Ciò non significa, beninteso, che sull’altare della concorrenza vanno immolati valori ed esigenze pure importanti. L’ottica di fondo che ha ispirato le prese di posizione dell’Antitrust è molto semplice e chiara: in primo piano vanno posti, pur non trascurando i valori legati alla professione, gli interessi del cittadino che domanda la prestazione professionale. Ciò detto, non è superfluo ricordare la posizione dell’Antitrust in materia rispetto ai profili considerati.

Anzitutto l’accesso alla professione, le cui modalità vanno curate e modernizzate con grande scrupolo. Escluso evidentemente che si possano introdurre vincoli direttamente o indirettamente quantitativi, sarebbe opportuno dare la possibilità di accesso alla professione, eliminando ogni tipo di restrizione attuale o potenziale, senza rinunciare a un controllo adeguato e severo del livello di formazione, ma consapevoli che la selezione vera è operata dalla dialettica tra la qualità dell’offerta e i bisogni del cittadino.

In secondo luogo, la formazione: dev’essere non solo iniziale, ma permanente, effettiva, lungimirante, giovandosi di tutte le collaborazioni opportune, in particolare l’Università. Questo dovrebbe essere, insieme al controllo effettivo e severo del rispetto della deontologia, il compito principale e di maggiore respiro dell’Ordine professionale.

In terzo luogo, le tariffe. Il processo di eliminazione delle tariffe vincolanti in quanto tali è irreversibile, anche a guardare senza complessi le esperienze di altri Paesi. L’idea che la tariffa costituisca garanzia di qualità è superata e fuorviante. D’altra parte, non possiamo trascurare il dato normativo e giurisprudenziale, non solo comunitario ma ormai anche nazionale, che certamente osta al mantenimento di una normativa che mantenga in vigore un sistema di tariffe, facilitato o imposto dalla legge. La strada iniziata da alcuni Ordini quanto alla non sanzionabilità del mancato rispetto delle tariffe minime, mi sembra una buona strada.

Anche sul divieto assoluto di pubblicità occorre riflettere con serietà, senza pregiudizi. In particolare, un sistema che consentisse un’adeguata informazione del cittadino in ordine alla natura e al tipo di professionalità che è in grado di offrire un determinato professionista o gruppo di professionisti, potrebbe aiutare a colmare le oggettive asimmetrie informative che danneggiano solo il cittadino.

Ultimo tema di rilievo che l’Antitrust ha coltivato è quello del modello organizzativo, in particolare nella forma della struttura societaria. L’orientamento, com’è noto, è quello di incoraggiare l’introduzione di modelli organizzativi nuovi e moderni, che si adeguino alle esigenze di interdisciplinarietà, di specializzazione e di supporto unitario e complessivo alla clientela che, per dimensioni e proiezione imprenditoriale, avanza inevitabilmente un tipo di domanda globale. È in questa prospettiva che va portata l’attenzione sull’opportunità di non escludere alcun tipo di modello organizzativo, neppure quello fondato su una struttura societaria, semmai pervenendo a soluzioni diverse in funzione delle diverse esigenze, che vanno adeguatamente considerate, delle singole professioni.

In definitiva, non si tratta di stravolgere la funzione del professionista, tanto meno di ridurne la portata fino all’anonimato del collettivo, bensì di dare all’indipendenza e all’individualità del professionista, che devono essere mantenute, il supporto di un modello organizzativo moderno, in modo da rispondere efficacemente alla domanda globale di servizi professionali. Questa domanda a tutt’oggi nel nostro Paese non ha trovato risposte adeguate.

Più in generale, l’atteggiamento dei professionisti e gli eccessivi vincoli posti dalla disciplina in vigore sono tali, da un lato, da risolversi in uno svantaggio sia per i cittadini che, in prospettiva, per gli stessi professionisti, dall’altro, da comportare una riduzione di competitività del sistema Italia. È bene che di questo ci rendiamo conto tutti, pena l’immagine, la falsa immagine, di una miriade di corporazioni chiuse in se stesse e che guardano al passato in luogo di esaltare le proprie potenzialità di sviluppo.

Sono queste le posizioni espresse dall’Autorità e da me stesso in numerose occasioni. Tali posizioni restano valide oggi: non c’è stato alcun ripensamento.

Giuseppe Tesauro