Professioni, un «patto per i giovani»

08/06/2010

MILANO – Le accuse sono arrivate forti e chiare. Durante l’ultima assemblea di Confindustria, il presidente Emma Marcegaglia ha sferrato un duro attacco al mondo delle professioni. Il ripristino delle tariffe minime e le barriere d’ingresso poste ai giovani sono i due «capi d’accusa» usati dal numero degli industriali.
E in effetti quello dei giovani è un tema veramente caldo presso tutte le categorie professionali: proprio gli under 40, infatti, hanno pagato sulla loro pelle la crisi economica che ha colpito anche gli studi più affermati. In molti sono finiti fuori mercato, altri abbassano sempre di più le richieste economiche e intanto qualcuno comincia a dire che non c’è più posto per tutti. E qualche ordine (per esempio quello degli avvocati ) si fa tentare dal numero chiuso. «No, questo mai — esclama Marina Calderone, presidente del Comitato unitario delle professioni —. Non pensiamo al numero chiuso né ad alcun altro tipo di sbarramento. Per noi parlano chiaro i numeri: negli ultimi dieci anni gli iscritti negli Albi sono cresciuti di 850 mila unità con un aumento di oltre il 70%. Il risultato è che un professionista su due ha meno di 40 anni di età. In questi anni abbiamo dato un’alternativa concreta ai ragazzi che non trovavano un posto di lavoro dipendente».
Il problema è che adesso i giovani avrebbero anche bisogno di una retribuzione certa durante il tirocinio e di maggiori garanzie anti crisi. «Entro fine mese — annuncia Calderone — presenteremo al ministro Alfano la nostra proposta di riforma degli Ordini e dentro saranno anche contenute proposte per la retribuzione del tirocinio formativo, che in molti adottano già adesso, interventi di welfare e incentivi per l’avviamento».
Rimane il problema del limbo in cui si ritrovano i giovani professionisti: non partecipano agli utili dei grandi studi, vivono in una condizione da dipendenti mascherati senza averne le certezze (ferie, malattie, cassa integrazione, straordinari). «Non c’è dubbio, quello è il vero nodo — ammette Claudio Siciliotti, presidente dei commercialisti —. Il 99% di chi ha accesso alla professione oggi non è in condizione di aprire un proprio studio e lavora, difficoltosamente, presso altri. Ma la logica della difesa del fortino è sbagliata. Da anni noi ci battiamo perché venga eliminata una regola borbonica della nostra categoria: un giovane professionista non può assumere un praticante se non ha almeno cinque anni di esperienza. Una follia». Esiste una forbice sempre più evidente tra Nord e Sud. «È vero — conferma Siciliotti — ed è per queste realtà che il ripristino delle tariffe minime ha un senso, anche se io non ne farei una ragione vitale. Piuttosto, in questi mesi abbiamo sentito parlare di lodevoli richieste di agevolazioni per famiglie e imprese. Ma la moratoria su debiti e la Tremonti ter potrebbero dare fiato e speranza anche a tanti giovani professionisti. E poi se è possibile aprire un’impresa in un giorno perché non pensare a uno studio professionale in un’ora? I nostri giovani studiano, si specializzano e superano un esame di Stato. Se alla fine del percorso non trovano quello per cui hanno fatto sacrifici, si sentono traditi. E alla lunga l’emergenza sociale non tarda ad arrivare».