Professioni: “Sì, ho salvato gli ordini, ma ora c’è più mercato”

04/12/2000


ECONOMIA
RIFORME CONTESTATE PIERO FASSINO E LA LEGGE SULLE PROFESSIONI



Sì, ho salvato gli ordini, ma ora c’è più mercato

Avvocati: un esame tutto nuovo. Farmacisti: meno privilegi. Notai: più sedi. E su tariffe e società, ecco i piani del ministro.
di 
 
ANTONIO GALDO
1/12/2000

Piero Fassino, 51 anni, ministro della Giustizia.
Dopo vent’anni di commissioni parlamentari, il governo ha approvato la riforma delle libere professioni. Ministro Fassino, chi ha vinto la partita?
È una riforma strategica per l’Italia per tre motivi: anche questo mercato non è più protetto, ma globale; i cittadini sono più esigenti; i giovani hanno il diritto di accedere alle professioni senza inutili vessazioni.

Per raggiungere questi obiettivi, lei ha salvato tutti gli ordini professionali. Quelli che Giuliano Amato ha definito «un’eredità del Medioevo».

A me Amato ha detto: Piero, hai fatto quasi un miracolo. E, visto che non sono il Padreterno, accetto il complimento e mi va bene il quasi.

Per l’Antitrust, invece, almeno la metà degli ordini sono ingiustificati.

Gli ordini non li ho inventati io: ma dopo la legge non se ne potranno fare altri e si potranno accorpare quelli che esistono.

Quali?

Lo decideranno le categorie interessate, non il ministro.

Lei ha un’opinione, almeno sui principi?

Le professioni vanno regolamentate là dove esiste un diritto costituzionale da tutelare. Il diritto alla vita giustifica l’esistenza dell’ordine dei medici; quello alla difesa, l’ordine degli avvocati. E così via.

E i notai?

Sono pubblici ufficiali, quindi è giusta l’esistenza di un albo e di un esame di Stato. Piuttosto, spero che i notai siano ragionevoli e si decidano a favorire l’allargamento della loro rete, aumentando le sedi.

La riserva protetta è giustificata anche per i farmacisti?

In nessun paese europeo esiste un’organizzazione per la vendita delle medicine analoga a quella italiana. Noi siamo in Europa, quindi per i farmacisti qualcosa dovrà cambiare.

Si potrebbe partire dall’abolizione del «diritto di bussata». Non so di che cosa sta parlando.


Settemila lire che un cittadino italiano paga quando suona il campanello di una farmacia, durante l’orario notturno.

È un istituto che apprendo da lei. Mi sembra antiquato, spero che sia abolito.

Per stare sul mercato globale delle professioni, servono le società.

Giusto.

Ma gli avvocati non sono d’accordo.

Una parte degli avvocati. Mi appello al loro buonsenso e ai loro interessi.

Con quale argomento?

La mia riforma aiuta i professionisti, compresi gli avvocati, non li penalizza. Le società di capitali servono, non perché le vuole Fassino, ma per combattere alla pari con la concorrenza degli studi legali francesi, tedeschi e inglesi. Quelli che stanno dilagando in Italia, specie nella fascia alta del mercato delle consulenze.

Gli avvocati parlano di un attentato contro la loro indipendenza.

A parte il gioco degli slogan, anch’io voglio tutelare indipendenza e professionalità. Ecco perché, per gli studi che vanno in giudizio, abbiamo previsto solo società tra professionisti. Mentre quando gli avvocati svolgono attività extragiudiziale hanno la possibilità di inserire soci di capitale nei loro studi.

Obiezione: in campo legale avremo una babele di studi.

Obiezione respinta, a me sembra una ragionevole innovazione.

E gli esami di procuratore? Si continua con lo scandalo Catanzaro?

Stiamo preparando una legge che cambierà completamente l’esame di Stato.

Questa è una notizia.

Una doppia notizia, perché adesso spiego che cosa significa vivere in un Paese, come l’Italia, ossessionato dalle leggi. Una follia.

La seguo, però mi parli dell’esame per diventare avvocato.

Vogliamo sdoppiarlo, per renderlo più efficace e trasparente. Le prove si faranno, come oggi, in tutta Italia; le correzioni in una sede unica, a Roma. Quindi: fine delle disparità e degli scandali. Almeno si spera.

E il Paese ossessionato dalle leggi?

Per cambiare un esame di Stato dovrebbe bastare un atto amministrativo. E invece no, ci vuole la legge, con i suoi tempi biblici di discussione e di approvazione.

A proposito di leggi: ne avete approvata una che riserva solo agli iscritti all’ordine dei giornalisti migliaia di posti negli uffici stampa della pubblica amministrazione.

Sono norme che non condivido. E, per quanto mi riguarda, da cambiare.

Perché le ha votate?

Non ero in Parlamento quando si è votata quella legge. Penso che per fare bene la comunicazione non sia necessario essere iscritto all’albo dei giornalisti: per esempio, ho una bravissima responsabile dell’ufficio stampa che non fa parte dell’ordine dei giornalisti. E io, che pure ho scritto centinaia di articoli, non ho mai presentato la domanda di iscrizione. Le basta?

Magari è iscritto ad altri ordini professionali.

Nessuno.