Professioni: il Grande Progetto che muove le Aule

03/11/2003



      Domenica 02 Novembre 2003

      Albi & Mercati



      Il Grande Progetto che muove le Aule


      ROMA – La Grande Riforma delle Professioni è un’equazione con una trentina di incognite (tante quanti gli Albi), novant’anni di norme e un milione e settecentomila persone in attesa della soluzione. Alla lavagna, con indubbio sprezzo del pericolo, si sono avvicendati dal ’98 a oggi vari disegni di legge di ispirazione governativa e una decina di progetti parlamentari, con presidenti del Consiglio, ministri della Giustizia, sottosegretari e onorevoli (di maggioranza e opposizione) tutti impegnati in una "grande opera" di mediazione e contro-mediazione. Il Grande Progetto resta sempre un Progetto, ma almeno è cresciuto sulla carta. Era di quattro articoli quando fu ispirato dal lavoro di Antonino Mirone, nel luglio ’98; divennero nove nella revisione condotta per fine 2000 dal successivo Guardasigilli Piero Fassino; sono ora trentanove nell’idea avanzata da Follini, Biondi, Volonté, Strano e Parodi, che hanno in pratica anticipato alla Camera le indicazioni predisposte dal sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti. Sintetici o minuziosi che fossero, i molti articolati – non solo quelli di fonte governativa – sono stati lungamente discussi con vecchie e nuove professioni, con i vertici degli Ordini e i presidenti delle associazioni. E non hanno mai avuto (non considerando il Follini/Vietti, che ha un mese di vita) nemmeno un primo «sì» da un ramo del Parlamento, mentre hanno sempre fatto il pieno di distinguo e polemiche fuori dall’Aula.
      Punti fermi. Rimpallandosi il Grande Progetto, maggioranza e opposizione hanno magari segnato qualche punto. Tutti i Progetti, ad esempio, hanno predicato costantemente la volontà di una robusta manutenzione, di una maggiore trasparenza e di una certa dose di "mercato", più o meno diluita. Non si è più messo in discussione il sistema duale indicato da Mirone, con gli Ordini da un lato e il catalogo ufficiale delle nuove professioni dall’altro. Negli anni si è concluso che ai tirocinanti spettano un «equo compenso» e la possibilità di fare un po’ di formazione all’estero. Si è arrivati a concludere che impresa e professionisti non sono assimilabili e si sono meglio delineate le future Stp, società tra professionisti.
      Punti deboli. Non su tutti i fronti, però, si va in avanti. I soci di capitale delle Stp, per esempio, restano un oggetto scomodo (auspicato talora, mal digerito o addirittura ignorato talaltra). Anche le tariffe sono oggetto di plurime riscritture, alla ricerca di un equilibrio che le mantenga, senza imporle agli utenti. Nell’ultimo prodotto parlamentare si parla apertamente di tariffe massime e minime: solo la mancanza del minimo, però, è indicata come causa di nullità della tariffa. Per schivare possibili agganci polemici, spuntano delle raffinatezze: nella scorsa legislatura il Grande Progetto equivaleva a una Grande Delega al Governo, mentre nelle proposte attuali vi sono alcune disposizioni comuni, a cui si aggiungono ambiti di delega all’Esecutivo, chiamato a intervenire con decreti legislativi e con più semplici regolamenti. L’escamotage consente al Parlamento di dettare i princìpi, lasciando i ministri ad affaticarsi sugli infiniti dettagli delle singole categorie. Chissà se tanta cautela sarà premiata. Punti neri. Alcuni argomenti, nel frattempo, restano intonsi e certe questioni diventano tabù. Dopo la Grande Riforma, si potranno istituire nuovi Ordini? Si potrà sopprimere qualcuno di quelli esistenti? Si potranno modificare i "numeri chiusi"? Si potrà intervenire sulle attività riservate e no? Di domande simili se ne trovano parecchie, anche dopo vent’anni di dibattito (la prima commissione per una Grande Riforma fu istituita nel gennaio ’83). Ma la domanda peggiore è: ne vale la pena? O – meno brutalmente – è assolutamente necessario? Qui si tratta di trovare qualcosa in comune tra i notai (fondati nel 1913, nemmeno 5mila iscritti) e i tecnologi alimentari (istituiti nel 1994, 2mila soggetti), tra 700 attuari e 320mila infermieri: come dire, tra il telegrafo e Internet, tra lo stadio Olimpico e il campo dell’oratorio. Fissare i principi generali potrebbe sembrare un bel successo. Ma quand’anche si fosse chiarito per legge che un Ordine è un Ordine e «una rosa è una rosa è una rosa», si riuscirebbe ad andare più in là? A farne derivare un settore più europeo, più concorrenziale, più efficiente? Certo, la sfida è suggestiva, se i giornali ancora ricordano i nomi di chi ci ha solo provato. Ma le cronache dimostrano che i grandi cambiamenti (come quello sui percorsi universitari di formazione) sono tutti maturati lontano dalla Grande Riforma. Che forse è soltanto un pretesto per cambiare il meno possibile.

      MAURO MEAZZA