Professioni: il Governo frena le Regioni

03/02/2004


        Martedí 03 Febbraio 2004

        LIBERE PROFESSIONI


        Il Governo frena le Regioni

        Federalismo – Continua il braccio di ferro sulle competenze dopo il nuovo Titolo V della Costituzione


        ROMA – Stop del Governo ad Albi o Registri istituiti dalle Regioni. Il Consiglio dei ministri del 16 gennaio ha bloccato, infatti, la legge dell’Abruzzo sull Registro degli amministratori di condominio. Prosegue, dunque, il braccio di ferro tra Stato e autonomie locali, per il riconoscimento e la disciplina delle professioni anche a livello regionale. Da un lato, infatti, continua la corsa di gran parte delle Regioni, in ordine sparso, a soddisfare la voglia di qualificazione di molte attività professionali non regolamentate. Dall’altro, restano lo scetticismo del ministro per gli Affari regionali, Enrico La Loggia, e l’assenza di un confine preciso tra competenze statali e regionali, visto che la riforma del Titolo V della Costituzione stabilisce una potestà concorrente. Con il rischio di creare meccanismi selettivi differenti, per una stessa professione, da Regione a Regione. A riaccendere lo scontro, un nuovo capitolo della travagliata storia di riconoscimento e qualificazione degli amministratori di condominio. La lista di attesa delle Regioni che hanno nel cassetto progetti di legge sulla "patente" professionale degli amministratori è lunga. Toscana, Lazio e Puglia sarebbero orientate, come l’Abruzzo, verso un registro selettivo, con requisiti differenti, però, tra una Regione e l’altra. In Emilia-Romagna, la Giunta vorrebbe riconoscere anche le associazioni rappresentative. Solo Liguria e Piemonte si preparerebbero, invece, a un Albo vero e proprio. Intanto, la legge dell’Abruzzo che ha istituito un registro regionale degli amministratori condominiali è finita nel mirino del Governo. Il Consiglio dei ministri, su proposta del dipartimento per gli Affari regionali, il 16 gennaio ha infatti impugnato alla Corte costituzionale, la legge 17/2003, pubblicata sul bollettino regionale 36 del 5 dicembre. Il 19 novembre scorso, infatti, la Regione Abruzzo ha approvato la legge che istituisce il «Registro degli amministratori di condominio e di immobili». Non un semplice elenco, ma una vera e propria "patente" per l’esercizio dell’attività, subordinata a una serie (minima ma vincolante) di requisiti: almeno un diploma di scuola superiore e il superamento di un esame di abilitazione (una prova scritta e due orali), indetto con cadenza biennale dalla struttura regionale competente. Esentati solo gli iscritti in Albi professionali che dimostrino di svolgere la professione di amministratore condominiale. A questo punto, l’Avvocatura distrettuale dello Stato de L’Aquila, dopo un esposto di Confedilizia, ha sostenuto l’illegittimità della legge. Secondo l’Esecutivo, i requisiti di iscrizione al Registro (articolo 2, comma 2, e articolo 3) «ledono principalmente – si legge nel rapporto degli Affari regionali – la libera circolazione del lavoro e delle imprese all’interno dell’Unione europea, violando l’articolo 117, comma 1, della Costituzione, che vincola la disciplina regionale al rispetto dell’ordinamento internazionale». Inoltre, l’articolo 2, comma 3 preclude ai non iscritti l’attività di amministratore e «invade la competenza esclusiva statale dell’ordinamento civile e penale». Infatti, se la professione è legata al superamento di un esame, l’assenza di questo requisito dovrebbe produrre il suo esercizio abusivo, penalmente rilevante. Infine, per quanto riguarda la competenza "ripartita" tra Stato e Regioni (articolo 117, comma 3), «la legge regionale non può introdurre restrizioni all’esercizio di attività professionali che non siano già previste dalla legislazione statale». Un principio, quello della «autonomia nelle scelte professionali», già affermato da due sentenze della Corte costituzionale (n. 282/2002 e 338/2003) e ribadito da una terza pronuncia, la 353/2003 (si veda «Il Sole 24-Ore» del 13 dicembre), secondo cui «l’individuazione delle figure professionali, con i relativi profili e orientamenti didattici, deve essere riservata allo Stato». La parola torna ora alla Consulta.

        LAURA CAVESTRI