“Professioni 4″ «Da noi il 10% del Pil»

11/03/2005
      del Lunedì
    lunedì 7 marzo 2005

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    «Da noi il 10% del Pil»

    Le Associazioni chiedono di poter contare di più

    ELIO SILVA

    Un universo composito e fortemente proiettato verso il futuro, con un duplice obiettivo: crescere assecondando le richieste del mercato e, al tempo stesso, conquistare un maggiore grado di legittimazione. Questo il nuovo identikit dell’associazionismo professionale, che combatte da sempre con gli Ordini sul piano delle tutele normative ma che, nel frattempo, si è andato guadagnando sul campo un posto di rilievo nell’area dei servizi, arrivando a pesare, secondo una recente stima della Fita, intorno al 10% del Pil nazionale.

    La mappa del Cnel. Di questo mondo, a differenza di quello degli Albi, non è agevole tracciare i confini né dal punto di vista dei contenuti, né da quello degli aderenti, dato il carattere volontario delle adesioni alle diverse sigle. Un organico tentativo di classificazione è in atto da oltre un decennio da parte del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro che, oltre a una banca dati complessiva sulle aggregazioni professionali, sta ora completando un elenco delle associazioni non regolamentate in possesso di determinati requisiti, ad esempio relativi alla natura e struttura dell’organizzazione o al meccanismo di certificazione del numero di iscritti. Si tratta di una riclassificazione che potrebbe essere funzionale al disegno complessivo di riforma delle professioni, e i cui primi frutti sono riassunti nella tabella che pubblichiamo in questa pagina.

    « Possiamo definire come professionisti non riconosciuti — spiegano Michele Dau e Massimiliano Boni, rispettivamente direttore generale e funzionario del Cnel — quei lavoratori autonomi che svolgono una professione non protetta da Albi od Ordini. Sono prestatori d’opera, che stabiliscono un rapporto di lavoro sulla base del raggiungimento di un obiettivo richiesto dal committente, con un’attività prevalentemente propria e senza vincolo di subordinazione, decidendo i tempi, le modalità e i mezzi necessari per il compimento dell’incarico » .

    I confini. Rientrano in questa definizione, dunque, soprattutto le attività di più recente configurazione, diffuse nel settore dei servizi. Lo svolgimento di queste professioni non è subordinato dalla legge al possesso di titoli di studio specifici o al superamento di esami particolari, e anche l’organizzazione del lavoro può avvenire senza vincoli per quanto riguarda l’assetto societario.

    Ma quanti sono a muoversi in questa galassia? Il Cnel è arrivato a censire finora 196 associazioni, con un numero di iscritti di poco inferiore alle 130mila unità, cui corrisponderebbe quasi 1,5 milioni di professionisti attivi in quelle professioni. Ma sul totale di quanti esercitano attività non regolamentate non ci sono certezze: secondo il Censis, che l’anno scorso ha realizzato il « Primo rapporto sulle associazioni professionali » , gli operatori sarebbero complessivamente oltre 3,8 milioni, dei quali 272mila iscritti al Colap, il coordinamento delle libere attività professionali.

    Quanto al trend delle adesioni alle diverse realtà associative, si conferma crescente ( più 12,9% negli ultimi due anni), ma prevalentemente concentrato nelle aree dei servizi all’impresa e alla persona.

    Le caratteristiche. I professionisti non regolamentati operano in settori in cui, a prescindere dal titolo di studio, è spesso richiesta una forte specializzazione, anche solo pratica. Si tratta, in alcuni casi, di associazioni di nicchia ( ad esempio i gemmologi); in altri, di aggregazioni che rappresentano un numero ampio di professionisti ( ad esempio gli esperti di informatica); fino a fenomeni di difficile classificazione, come gli astrologi, pur censiti dal Cnel. Meno di metà delle associazioni ( il 43%) sottopone gli aspiranti a un esame di ammissione.

    « Dagli anni Sessanta e per almeno due decenni — attesta Giuseppe Roma, direttore generale del Censis— le associazioni hanno vissuto nel cono d’ombra del sistema di regolazione ordinistico, unico canale previsto nel nostro ordinamento come possibile sponda di riconoscimento pubblico. Negli ultimi anni, però, sotto la spinta dell’Unione europea e dei cambiamenti di mercato, le aggregazioni non regolamentate hanno acquisito una maggiore autonomia dal sistema istituzionale e hanno aperto una stagione, ancora in corso, destinata a mettere a frutto ciò che è stato accumulato nelle fasi precedenti » .

    Le prospettive. « Si è venuto formando nel Paese — concordano Dau e Boni — un nuovo mercato del lavoro professionale, con modalità e regole del tutto diverse da quello dei dipendenti o degli Ordini. La forza economica e competitiva di questo segmento è data dalla volontà e dalla capacità delle stesse professioni di svolgere una costante e visibile manutenzione dei saperi, aggiornandoli e arricchendoli in base alle dinamiche del mercato». In questo contesto, « a certificabilità permanente delle conoscenze sarà la frontiera innovativa nella quale si misurerà la tenuta dei diversi profili e la loro possibilità di affermazione».

    Ma c’è di più. Oltre alla certificazione dei servizi vengono segnalati, come fattori strategici decisivi, la formazione permanente e l’attenzione per la qualità. Quest’ultima, secondo i ricercatori, si va concretizzando soprattutto in termini di efficienza e orientamento al cliente, come testimoniano, ad esempio, la pubblicizzazione degli elenchi a garanzia dell’utenza, l’istituzione di Camere arbitrali o di conciliazione e i controlli sull’attività degli iscritti.