“Professioni 1″ Una riforma senza bussola (P.Mantini)

25/02/2005

    venerdì 25 febbraio 2005

    pagina 1

      Sulle professioni
      una riforma senza bussola

        Pierluigi Mantini
        responsabile del settore professioni della Margherita

          Resta meno di un anno utile di legislatura e la riforma delle professioni, che è essenziale per la competitività dell’Italia sui mercati rilevanti dell’economia della conoscenza, è ancora ferma in parlamento tra maxi-emendamenti annunciati, pareri, discussioni.
          Peccato, perché è convinzione bipartisan che la riforma sia urgente, necessaria, in larga misura condivisa e non ha costi diretti per la finanza pubblica.

            Ma non serve qualche norma nuova, serve una politica per il principale mercato del lavoro del nostro paese, quello dei servizi professionali.
            Ecco perché non possiamo condividere l’ipotesi, ora avanzata, di inserire un articolo con nove commi dedicati alla riforma delle professioni nel decreto del governo sulla competitività che sarà oggetto di valutazione da parte del consiglio dei ministri.

              Non si conosce ancora il testo definitivo e ciò la dice lunga.

              Dopo anni di confronti la mossa di Castelli e del governo, se andrà avanti, spezza la concertazione nel momento in cui essa può produrre i suoi frutti e preclude una visione comune del futuro.

                Si rischia il conflitto senza la certezza della riforma, senza i soggetti della riforma.

                  Una strada improvvisata e rischiosa, da non percorrere.

                    Molto meglio affrontare i nodi ancora aperti e concludere la riforma in parlamento.

                      In ogni caso, lo strumento del decreto legge è palesemente incostituzionale per la riforma di una materia che è da anni oggetto di confronto e non presenta profili emergenziali che possano giustificare la decretazione d’urgenza.

                        Il testo del decreto in circolazione recupera solo alcune tesi del testo Castelli diffuso nelle precedenti settimane.

                          L’emarginazione della ´bozza Vietti’, largamente discussa, in favore del maxi-emendamento Castelli ha comunque disorientato.

                            È sembrato un gioco dell’oca, ove con una mossa si torna indietro di due caselle.

                              Ma, come diceva Voltaire, l’illusione è il primo dei piaceri e abbiamo se non proprio il piacere almeno il dovere di illuderci che la riforma sia ancora possibile.

                                Il maxi-emendamento Castelli, forse oggi superato dall’articolo da inserire nel decreto sulla competitività, recupera una certa parte del lavoro comune sin qui svolto da Vietti, con il contributo del centro-sinistra e dei mondi professionali.

                                  Ma vi sono punti specifici che destano perplessità e preoccupazione.
                                  L’approccio ´federalista’ nell’organizzazione degli ordini professionali non è condiviso e rischia di riprodurre i problemi già derivanti dalla riforma del titolo V della Costituzione, corretti, con voto unanime, nel corso dell’esame della riforma costituzionale in parlamento.

                                    L’idea che sia il ministro ad approvare i codici deontologici contraddice pericolosamente la stessa autonomia degli ordini professionali.
                                    L’eliminazione del riferimento ai minimi e massimi delle tariffe professionali, per i servizi professionali di interesse generale entro cui esercitare la libera negoziazione, ha suscitato le critiche di molti.

                                      L’abrogazione del ricorso ai consigli nazionali avverso le sanzioni disciplinari, con conseguente inflazione del carico giudiziario della magistratura, ha determinato notevoli e comprensibili contrarietà.
                                      Le società professionali, secondo il modello di Castelli, ammettono il socio terzo di puro capitale: ma sono noti i problemi posti da questa soluzione in termini di autonomia e indipendenza dei professionisti.

                                      Il testo conosciuto del decreto si limita invece a … nulla dire sulle società di capitali!

                                        La scarsa definizione dei confini della concorrenza leale fra attività delle professioni ordinistiche e nuove professioni continua a provocare inutili e dannose conflittualità.

                                          E, devo aggiungere, che restano insoddisfacenti le innovazioni in tema di accesso dei giovani alle professioni, di welfare e di politica economica per lo sviluppo delle società professionali e interprofessionali. Del tutto assenti nell’ipotesi di riforma ´mono articolo’ nel decreto sulla competitività.

                                            Ricordo che un anno fa, in un momento di polemiche con gli avvocati in sciopero, il ministro Castelli ebbe a dire: ´Gli avvocati pensino piuttosto ad andare in Cina’.

                                              Ho sempre condiviso quell’affermazione, al di là dei risvolti polemici, ma nella riforma non c’è nulla in quella direzione.

                                                A ogni buon conto, la comune percezione è che ogni occasione debba essere utilizzata per riprendere e accelerare il cammino della riforma.

                                                  Per questo la Margherita e l’Ulivo hanno promosso un importante convegno nazionale, il 25 febbraio a Milano, con la presenza di autorevoli protagonisti del mondo politico e delle professioni.
                                                  Per approfondire e sciogliere i nodi e non abbandonare la speranza di un’azione utile già nell’attuale legislatura.

                                                    Occorre una visione comune, oltre che una legge nuova.

                                                      È stata solo ieri approvata dalla camera l’istituzione dell’albo degli informatori sanitari. Non credo che si possa continuare a procedere in ordine sparso.

                                                        Con nuovi ordini, senza una bussola.

                                                          Ognuno per sé, senza principi comuni, senza obiettivi comuni, senza la riforma che il paese da anni attende. (riproduzione riservata)