Professionalità più tutelata

14/10/2002

ItaliaOggi (Lavoro e Previdenza)
Numero
242, pag. 35 del 12/10/2002
di Francesco De Dominicis


Per la Cassazione vanno garantite le prospettive di crescita del lavoratore.

Professionalità più tutelata

Cambio di mansioni arricchendo l’esperienza

La Corte di cassazione mette qualche paletto in più per il cambio di mansioni dei lavoratori, mettendo l’accento sulla nozione di patrimonio professionale. Con la sentenza 14150, depositata in cancelleria il 2 ottobre 2002, ha infatti affermato che nuove mansioni sono equivalenti alle ultime effettivamente svolte quando risulta tutelato proprio il patrimonio professionale. Anche nel senso che la nuova collocazione consenta al lavoratore di utilizzare, nonché di arricchire, il patrimonio precedentemente acquisito. Tutto ciò in una dinamica valorizzazione delle capacità di arricchimento del proprio bagaglio di conoscenza ed esperienze.

Il divieto di variazione in peius. Resta fermo, dice la Cassazione, il principio di diritto più volte enunciato nella giurisprudenza dei giudici di legittimità. Principio secondo il quale, nell’ambito del diritto di variazione che spetta al datore di lavoro, esiste il divieto di peggioramento delle mansioni di chi lavora ed è spostato a svolgere un’altra attività. Il datore di lavoro, cioè, violerebbe la legge quando assegni di fatto al lavoratore mansioni sostanzialmente inferiori alle precedenti. E non importa, secondo i giudici di piazza Cavour, che resti inalterata sia la sua collocazione nell’organizzazione gerarchica dell’impresa sia la sua retribuzione.

Le indagini per accertare l’equivalenza nelle variazioni. Proprio per questo motivo, secondo i giudici di legittimità, nell’indagine sull’equivalenza in questione, non è sufficiente il riferimento in astratto all’inquadramento formale. Ma è necessario accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente, salvaguardandone, come già accennato, il livello professionale acquisito, garantendo pure lo svolgimento e l’accrescimento delle sue capacità lavorative. Senza trascurare le conseguenti prospettive di miglioramento professionale.

Processo d’appello da rifare. Così pronunciandosi, la Cassazione ha accolto il ricorso di una lavoratrice bresciana e ha rispedito il fascicolo alla Corte d’appello, perché si ripeta il secondo grado di giudizio. Con la pronuncia impugnata dinanzi la Corte di cassazione, si legge nella sentenza in rassegna, il tribunale si è limitato ad accertare che le mansioni assegnate alla ricorrente erano comprese in quelle proprie dell’area di inquadramento (area operativa). Senza, però, averle poste a confronto con quelle effettivamente esercitate fino al momento della variazione. E invece, secondo i principi espressi dalla Corte, lo stesso tribunale avrebbe dovuto verificarne l’equivalenza negli aspetti sostanziali. Verifica da fare secondo le disposizioni contrattuali e aziendali sui reali contenuti professionali delle precedenti e delle nuove mansioni oltre che alla loro collocazione nei complessivi assetti organizzativi dell’azienda.

In sostanza, affermano i giudici, questo errore di diritto si è tradotto in vizio di attività. E ciò perché è mancata l’indagine rivolta a verificare i contenuti concreti dei compiti precedenti e di quelli nuovi, proprio ai fini della formulazione del giudizio di equivalenza.