“Produttività” Italia azzoppata

04/06/2007
    sabato 2 giugno 2007

    Pagina 9 – Primo Piano

      Produttività
      La lezione americana

        Italia azzoppata
        La produzione
        è ancora più bassa

          Marco Sodano
          TORINO

          Le ore inutili, il nemico pubblico numero uno dell’economia di casa nostra. Il premier Romano Prodi ha bacchettato perfino i parlamentari: «Producono troppo poco», ha spiegato spulciando l’elenco dei provvedimenti licenziati dalle Camere. Giovedì il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha accennato a pubblica amministrazione e produttività: «La qualità dei servizi dev’essere il cardine della valutazione, gli obiettivi devono essere chiari e verificabili». Quindi invoca «una busta paga differenziata, basata sulla produttività». Di produttività parla spessissimo il presidente di Confindustria Luca Montezemolo: terapia indispensabile per guarire il Paese dalla sindrome della crescita bassa.

          Già. Il Pil italiano stenta è perché bisogna produrre, produrre, produrre. Il più possibile, in meno tempo possibile. Ed è proprio questo il nodo sul quale il Belpaese s’è incagliato. C’è perfino una data: è successo a metà degli anni Novanta. Fino ad allora la produttività del made in Italy teneva il passo (qualche volta faceva perfino meglio) degli altri paesi industrializzati. Peccato che dopo, mentre i colleghi del primo mondo – Usa e Gran Bretagna in testa – cominciavano a godere dei benefici della tecnologia che accelera e dei mercati che si liberalizzano il divario ha cominciato ad allargarsi. Spiega l’economista americano Robert Solow: tutti i paesi che esauriscono le possibilità di profitto disponibili entro i confini sono condannati a crescere meno, dal momento che rallentano i rendimenti dei capitali accumulati. Ci si salva, dice Solow, solo con una rivoluzione tecnologica che cambia radicalmente le carte in tavola, com’è accaduto negli Stati Uniti giusto a metà degli anni Novanta. Figurarsi in un paese dove è rigido il sistema del lavoro (almeno fino all’arrivo della legge Biagi), sono rigidi i mercati (l’intervento regolatore dello Stato sulle tariffe è ancora molto forte), le liberalizzazioni sono appena all’inizio -. Un paese nel quale è in affanno la ricerca: quella pubblica perché squattrinata, quella privata perché solo i grandi gruppi industriali possono permettersi di sostenerla, e non ce ne sono abbastanza. Quel paese è l’Italia ed ecco i suoi risultati. Fatto 100 il valore della produttività del lavoro 1995, dieci anni dopo gli Stati Uniti segnavano 122,7 e la Germania fa 120. Il Belpaese? Inchiodato a quota 105,5: e pensare che fino al 1980 correvamo più veloce degli Stati Uniti e dei paesi dell’Unione a 15.

          Il Centro studi di Confindustria, che all’argomento ha dedicato uno dei suoi Quaderni (pubblicato a dicembre 2006) non ha dubbi: «A partire dal 1995, la crescita del Pil italiano – cifre da prefisso telefonico – si spiega con la dinamica della produttività». La prima è debole perché la seconda annaspa. E come se non bastasse quel poco di crescita che c’è si deve alla moltiplicazione delle produzioni (nuove imprese) e non a un miglioramento delle tecnologie produttive o a nuovi modelli organizzativi. «Crescita quantitativa e non qualitativa», concludono lapidari gli studiosi di Confindustria. Si moltiplicano le ore di lavoro ma non cresce il valore intrinseco della singola ora. Senza dimenticare che, nell’economia globale, la scarsa produttività di una linea ferroviaria può rendere inutile lo sforzo dell’impresa che aggiorna gli impianti per produrre di più. Se non ci sono i treni che trasportino (poniamo) i frigoriferi alla rete commerciale, il magazzino si riempe: hai voglia a perdere più o meno tempo in ufficio o in fabbrica. A quel punto puoi andare tranquillo al bar.