Produttività «fuori» dal salario

12/07/2004




sezione: FINANZA E MERCATI
data: 2004-07-10 – pag: 21
autore: S.U.

VIAGGIO NEI CONTRATTI

Produttività «fuori» dal salario
Il premio di competitività viene invece rimandato alla trattativa aziendale

MILANO • Salario e produttività. Un binomio sul quale torna in questi giorni a concentrarsi il dibattito sindacale. Sullo sfondo lo scenario di riferimento è ancora quello tracciato dall’accordo del 23 luglio ’93. Patto che, nei parametri a cui fare riferimento per definire la «dinamica degli effetti economici» del contratto, indica la politica dei redditi, le tendenze generali dell’economia e del mercato del lavoro, il raffronto competitivo e gli andamenti specifici del settore.
L’accordo chiarisce poi che per il rinnovo biennale dei minimi contrattuali, «ulteriori punti di riferimento del negoziato saranno costituiti dalla comparazione tra l’inflazione programmata e quella effettiva intervenuta nel precedente biennio». Cartina di tornasole delle retribuzioni, dunque, l’inflazione ma non solo.
Il tema della produttività torna poi espressamente quando l’accordo parla della contrattazione aziendale specificando che le «erogazioni del livello di contrattazione aziendale sono strettamente correlate ai risultati conseguiti nella realizzazione di programmi, concordati tra le parti, aventi come obiettivo incrementi di produttività, di qualità ed altri elementi di competitività di cui le imprese dispongano».
Oggi il 30% delle aziende applica la contrattazione integrativa, ovvero ridistribuisce la produttività. E per il restante 70 per cento? Gli incrementi salariali concordati cioè con la contrattazione collettiva quanto tengono conto di questo parametro? A ripercorrere alcuni dei maggiori contratti nazionali conclusi negli ultimi mesi emerge che la produttività resta di fatto fuori dal salario.
Non c’è ad esempio alcun riferimento ad incrementi di produttività nei 125 euro di aumento previsti dal contratto del commercio. Un’assenza "voluta" dal sindacato per una duplice ragione: «Non abbiamo affrontato la questione della produttività — spiega Gianni Baratta della Fisascat — perché gli incrementi concordati tengono conto per il biennio 2003-2004 naturalmente dell’inflazione reale, mentre per il biennio 2005-2006 non abbiamo fatto riferimento all’inflazione programmata ma a un tasso "concordato" attorno al 2 per cento, prevedendo la verifica a fine biennio. L’altro motivo per cui non abbiamo chiesto quote di produttività è perché puntiamo a rafforzare il livello territoriale.
Affrontare la questione della produttività con il contratto nazionale avrebbe ulteriormente schiacciato i contratti decentrati». Incrementi di produttività fuori anche dal contratto dei tessili. Le ragioni in questo caso sono da ricercare nell’andamento del settore alle prese con una situazione di crisi diffusa. Ma non solo: secondo il sindacato gli aumenti (79 euro per il secondo livello e 85 per il terzo) ottenuti con il rinnovo, sono pari a un tasso di inflazione che supera quella programmata, ragione per cui la scelta è stata quella di puntare, più che alla richiesta di aumenti, a una strategia complessiva di rilancio di tutto il settore.
Diversa la valutazione delle imprese che nel sottolineare il rispetto dell’inflazione programmata, nella definizione degli incrementi, rimanda la concessione della produttività alla contrattazione aziendale. Una scelta questa in linea con quella dei chimici: anche in questo caso gli aumenti (100 euro) legati all’andamento del settore non vengono affrontati dalla contrattazione nazionale ma lasciati alle singole aziende.
E dai settori privati al pubblico impiego la produttività diventa un terreno di scontro per il rinnovo del secondo biennio contrattuale degli statali: il Governo ha stanziato lo 0,2%, mentre i sindacati chiedono almeno allo 0,5%.