Prodi in dirittura alza l’asticella

19/07/2007
    giovedì 19 luglio 2007

    Pagina 7 – Economia

      Retroscena

        Il premier a caccia di un pre-accordo con i sindacati per arrivare domani alla presentazione di un´offerta non negoziabile

          E Prodi in dirittura alza l’asticella

          Inaspriti quote e coefficienti. Giordano: "E´ l´effetto Draghi-Bonino"

            CLAUDIO TITO

            ROMA – «Così non c´è l´accordo. Evidentemente il governo ha subito l´allarme di Draghi e la minaccia della Bonino. Ma così non ci stiamo». Ad un passo dall´intesa, Rifondazione comunista tira il freno a mano. Le certezze si incrinano. Il segretario del Prc, Franco Giordano, lancia un ultimatum a Palazzo Chigi. Avverte Romano Prodi che non può cambiare le carte in tavola a poche ore dal probabile incontro con i sindacati. E il Professore risponde: «Nulla ancora è stato deciso. Ma quando avanzerò la mia proposta, non sarà più negoziabile».

            Dalle parti di Rifondazione, però, il sospetto ieri è cresciuto a dismisura. Si è trasformato quasi nella certezza che le linee-guida seguite dal premier per ammorbidire lo "scalone" siano repentinamente cambiate. La prima "quota", fissata per il 2010, sarebbe così meno soffice salendo da 95 a 96 e la seconda potrebbe salire a 98. «E se è così – avverte Giordano – noi non ci stiamo». Anche perché tra i partiti della sinistra radicale sta emergendo un convincimento: questo inasprimento è stato determinato dall´audizione in parlamento del Governatore della Banca d´Italia e dalle minacce del ministro pannelliano per il Commercio estero. Per loro, è semplicemente uno slittamento a destra dell´asse della coalizione: «Inaccettabile».

            Certo, l´irrigidimento delle ultime ore in parte ha anche una spiegazione tattica. Nessuno vuol correre il rischio di cedere sulla dirittura d´arrivo. Nei contatti proseguiti ieri tra palazzo Chigi e gli alleati, il piano del Professore qualche "ritocco", però, l´ha subito. Anche sui coefficienti di rivalutazione e sulla soglia dei 40 anni di contributi che dovrebbe permettere di andare comunque in pensione. Misure su cui, in effetti, ha insistito negli ultimi giorni il ministro dell´Economia Padoa Schioppa. Per il Tesoro, infatti, la mediazione originaria di Prodi non garantirebbe il «rispetto» dei vincoli economici imposti dall´Ue. Sergio D´Antoni, viceministro allo Sviluppo ed ex segretario della Cisl, ieri ammetteva: «Quota 96 è il minimo. Bisognerebbe anche alzarla un po´». Elementi, appunto, che hanno fatto drizzare le orecchie non solo al Prc e al Pdci, ma anche alla Cgil e alla Uil. Soprattutto l´organizzazione di Epifani non intende discutere una riforma "al ribasso".

            Insomma la partita previdenziale sembra complicarsi di nuovo in "zona Cesarini". Tant´è che il premier e il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Enrico Letta, fino a ieri sera non avevano ancora convocato Cgil Cisl e Uil. L´incontro è comunque previsto per oggi e quando la proposta di Prodi sarà pronta saranno invitati "ad horas". Il Professore, però, prima di formalizzare la sua riforma vuole che ci sia almeno un pre-accordo. Anche perché, ha ripetuto in tutti i suoi colloqui, «quando presenterò la proposta, sarà definitiva. Non sarà negoziabile». Ossia non saranno ammesse modifiche e non saranno consentiti emendamenti in Parlamento. «Sarà semplicemente un prendere o lasciare». E nella sua bozza al momento figurano ancora due soluzioni: «quota 95» e «quota 96». Ma per Rifondazione e Cgil il ritorno alla "95" è ormai la condizione irrinunciabile. Un paletto che metterebbe Prodi di fronte all´irritazione dei riformisti (per placarli è stata valutata persino l´idea di accompagnare il piano previdenziale con un documento per lo sviluppo economico. Ma la soluzione è considerata poco credibile persino da Palazzo Chigi). Il caso Bonino, del resto, si è chiuso solo in parte. Marco Pannella ha convocato per oggi la direzione del suo partito e non ha alcuna intenzione di far calare la tensione. Almeno a livello mediatico. E nella Margherita non mancano i distinguo.

            Una situazione intricata che ha indotto Prodi a soppesare la possibilità di far slittare di una settimana l´accordo. Un´opzione stoppata dall´ala radicale dell´Unione che vuole chiudere con un testo ufficiale entro domani, al consiglio dei ministri. I mal di pancia dei moderati del centrosinistra, infatti, hanno messo sul chi va là Prc e Pdci. La loro paura è che nel corso del dibattito sul Dpef (al Senato verrà votato mercoledì prossimo, 25 luglio) qualcuno dei centristi possa presentare in aula un ordine del giorno proprio sulla riforma previdenziale. Con numeri e orientamenti più «riformisti». E se venisse approvato – magari con i voti del centrodestra – la sinistra radicale sarebbe costretta ad aprire la crisi.

            Un pericolo ben presente anche al premier. Che sa di avere spazi di manovra ristretti. E che l´unico modo per sciogliere il nodo è quello di mettere sul tappeto la "quota 95", per poi attendere il referendum che i sindacati organizzeranno tra i lavoratori e infine mettere nero su bianco il patto con un provvedimento da varare a settembre. «Anche perché – preconizza Clemente Mastella – se stavolta cade, sarà l´ultima volta. Dopo di che si tornerà al voto. Ma io, a quel punto, uscirò comunque dalla coalizione. Magari per far nascere un nuovo centrosinistra senza i comunisti. Ma sarò libero. Sarò l´ultimo a spegnere la luce, una volta spenta però sarà per sempre».