Prodi: «Il clima politico? Irrespirabile»

18/06/2007
    domenica 17 giugno 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    IL GOVERNO
    LO SFOGO DEL PREMIER

      “Il clima politico? Irrespirabile”

        Prodi attacca sulle riforme: quelle di lungo periodo si fanno solo se c’è dialogo

          Giovanni Cerruti
          Inviato a Reggio Emilia

          I ciccioli, il salame, il lambrusco, un bel sabato di sole e niente zanzare. Dice che è tornato a casa, Romano Prodi. Sul Po e sotto questo ponte tra Emilia e Lombardia, «dove mio padre sovrintendeva alla sua costruzione». Ci sarebbe tutto per una bella giornata tra amici, con Dario Franceschini e i parlamentari dell’Ulivo che parlano del grande fiume malato sotto un tendone bianco, «Pensiamo un Po». E poi c’è la gita sullo Stradivari, il battellone, e siccome è l’unico ne ha visti di tutti i tipi, leghisti compresi. Ma il Professore non sembra di buon umore, e non dev’essere per l’assenza di Piero Fassino, in malattia. E così, quando sale sullo Stradivari, il suo violino fa partire la nota che stride. «C’è un’aria irrespirabile», dice Prodi. Uno può pensare che sia per quel che vede, l’acqua del Po color fogna.

          E invece no. In una mattina piena di metafore questa è l’unica frase diretta. «Si può lavorare con progetti di lungo periodo solo se c’è la possibilità di respirare e dialogare con l’opposizione. Ma anche se si va avanti tranquilli l’aria che c’è nel Paese è irrespirabile. E questo non è un bene per il Paese». Sistemata l’opposizione. Con gli alleati, si sa, è meglio la cautela, o la metafora. «Ciascuno deve liberarsi dei propri pregiudizi. Tutti abbiamo le nostre resistenze, ma resistenze sommate a resistenze stanno producendo la paralisi». Frase, questa, che può andar bene anche per le sorti del Partito democratico, visto che domani si riuniscono i 45 saggi che dovranno scrivere le regole, e magari pure quella sull’elezione del segretario.

          Nell’attesa si torna a questo Po, declinabile con tutte le metafore possibili. Di qua, sulla riva di Boretto, sta l’Emilia. Di là, sulla riva di Viadana, cominciano il mantovano e la Lombardia. Meno male, per Franceschini da Ferrara, foce del fiume, che questo convegno l’aveva programmato da mesi, ben prima delle ultime elezioni amministrative che hanno riproposto la questione settentrionale. Dov’è il confine? Proprio qui. «Hanno detto che siamo venuti a riprenderci il Po – spiega Franceschini – ma il fiume non è mai stato della Lega. La Padania non esiste, la Pianura Padana sì». Al confine della Questione Settentrionale, deputati, sindaci, amministratori dell’Ulivo, si erano dati questo appuntamento per cominciare a varcare il confine.

          Assente Fassino, però, sono mancati tutti i Ds, tranne Elena Montecchi che è di qui e il coordinatore della segretaria Maurizio Migliavacca, che è di Piacenza, mezz’ora di macchina, è arrivato, ha salutato, non ha parlato e se n’è andato. E dunque solo Margherita, da Albertina Sogliani, la senatrice che vuole il gelato a Palazzo Madama, al petalo ecologista Ermete Realacci, alle 11,36 primo a pronunciare la parola «Nord», dopo un’ora di interventi. Si rivedranno tra un anno esatto, promette Franceschini, per vedere se sono stati capaci di curare il grande fiume, «che è una questione nazionale, ci vivono 16 milioni di persone, ha 22 enti di competenza, e il Partito democratico dovrà partire occupandosi di questi problemi: trasformare le grandi angosce globali in straordinarie opportunità». Prodi condivide: «Siamo una società che non ha saputo programmare sul lungo periodo, anche perché abbiamo una legge elettorale che è un ostacolo a politiche che consentano la governabilità di lungo periodo. Il dramma dell’Italia di oggi è che non c’è il senso del futuro».

          Il presente, almeno sul Po, è un sabato che comincia con il deputato Angelo Alessandri e un drappello di sei leghisti, una bandiera, un fischietto e due cartelli contestatori: si prende un «va a cagare» e andrà a casa. E finisce con Prodi che sale sullo Stradivari, ha fretta, ha altri impegni a Bologna e l’autostrada, al solito, è intasata. Il battellone si avvicina alla sponda Nord, quella lombarda, per una manovra d’attracco che durerà qualcosa di più del quarto d’ora di navigazione. Mettere piede al Nord risulta più complicato del previsto. «È la corrente contraria!», grida il capitano. E pure questa, forse, è un’altra metafora del Po.