«Principi rigidi per un commercio equo»

22/07/2002

20 luglio 2002



«Principi rigidi per un commercio equo»
Parla il presidente del marchio di certificazione TransFair. Polemico con Ctm Altromercato
LUCA FAZIO
MILANO
Nel mondo del commercio equo solidale le discussioni non finiscono mai. Giorgio Dal Fiume, presidente di Ctm Altromercato, incalzato da
il manifesto perché Ctm vende i suoi prodotti in una catena poco rispettosa dei diritti dei lavoratori come Esselunga, aveva detto: «Siamo l’unica realtà che vende con criteri aggiuntivi fissi e vincolanti, chi non li accetta va da TransFair, che non impone questi vincoli». Una frase che non è piaciuta ad Adriano Poletti, presidente di TransFair Italia, il marchio di certificazione che dal 1996 diffondei prodotti equo solidali in oltre un terzo della grande distribuzioneitaliana: Coop, Carrefour, Bennet, Sma, Pam, Gs, Conad e in molti punti vendita del biologico.

Come replica all’affermazione di Dal Fiume?

Ctm è socia di TransFair e non ha mai sollevato questo problema in assemblea perché sa che non è vero. Tutti i marchi di certificazione nazionali, come TransFair Italia, sono iscritti alla Federazione internazionale F.L.O. (Fairtrade Labelling Organisations). Trasformatori e importatori iscritti nei registri di F.L.O. devono rispettare criteri chiari e vincolanti, pena la perdita del marchio. I 3 criteri principali sono: prezzo equo, prefinanziamento, impegno contrattuale di lunga durata, cooperazione per lo sviluppo di progetti sociali e agricoli. Obbligatoriamente una quota del prezzo deve essere destinata a progetti di sviluppo. Poi ci sono criteri aggiuntivi, recuperando altri sistemi certificativi come SA8000, per esempio sostenibilità ambientale della produzione e divieto di utilizzare sostanze nocive. Ma i nostri criteri vanno oltre. Il rispetto delle Convenzioni ILO per noi è solo la base minima che le aziende devono rispettare nel sud del mondo, dove il principio portante è la cogestione del Fair Trade Premium, i lavoratori sono riuniti in un consiglio di gestione per progetti sociali e di sviluppo che spesso sono rivolti anche alla comunità dove si trova l’azienda. Il caso del caffè è diverso, non ci sono grandi aziende in gioco, ma cooperative di piccoli produttori associati che vendono direttamente agli importatori iscritti nei registri di FLO. Le cooperative devono essere gestite in modo democratico, e le decisioni sul Fair Trade Premium essere prese in assemblea.

Però una azienda che non fa commercio equo solidale può facilmente avere diritto alla vostra certificazione. Esempio: cosa centra Coop con l’equo solidale?

Coop è stata la prima azienda italiana della grande distribuzione a mettere in vendita i prodotti equo solidali garantiti da TransFair: ha dato ai produttori del sud del mondo un ulteriore sbocco di mercato. La scommessa è far sì che i prodotti, grazie al marchio di garanzia, siano riconoscibili e garantiscano al consumatore che il prodotto che sta acquistando è davvero equo solidale.

Che ne pensa dell’accoppiata Ctm-Esselunga?

A Ctm poniamo due problemi: innanzitutto, i prodotti di commercio equo che entrano nella grande distribuzione organizzata dovrebbero essere sempre «garantiti», mentre qualsiasi certificazione andrebbe fatta da un soggetto diverso da quello che commercializza il prodotto. Oggi Ctm si autocertifica, accreditando un metodo molto pericoloso per il commercio equo. La seconda osservazione è questa: Esselunga, con la campagna «nasce un sorriso», ha speso un milione di euro per accreditarsi come azienda leader della grande distribuzione di prodotti equo solidali. Se davvero, come dice Ctm, ci si pone come «agenti di cambiamento», è sempre necessario fissare dei limiti al proprio coinvolgimento nelle operazioni di marketing, quelle cioè che determinano la tua immagine. La massiccia operazione pubblicitaria di Esselunga e Ctm insieme ha fatto un notevole effetto, apparendo di fatto più come un matrimonio che come una partnership commerciale. Sarà possibile, così legati, essere «agenti di cambiamento»? Nella vostra intervista, Ctm annuncia un incontro chiarificatore con Esselunga. Sarebbe interessante conoscerne l’esito.

Come mai i produttori del sud del mondo non sono presenti nei vostri marchi?

I produttori del sud del mondo sono presenti eccome: innanzitutto nelle spiegazioni riportate sui pacchetti, dove si può leggere la provenienza del prodotto. E poi stanno nella struttura organizzativa e decisionale di F.L.O. in una misura corrispondente al 30%, con una vasta rappresentanza di Asia, Africa e America latina. Grazie al lavoro di F.L.O. e dei marchi nazionali, alcuni rappresentanti dei produttori si sono anche organizzati per contare di più politicamente nei propri paesi, come in Honduras, dove sono stati eletti in Parlamento.

Perché si è verificata la frattura tra i due loghi che per il consumatore sono il commercio equo solidale?

Occorre chiarire una differenza fondamentale: TransFair non è un logo, una marca di prodotto. E’ un marchio di garanzia che certifica marche equo solidali. Dunque non è concorrente di Ctm. Ctm è un consorzio di botteghe ed è una marca di prodotto, è Ctm che ha deciso di non avvalersi più del marchio TransFair.

Quanto ci guadagnate per ogni prodotto certificato?

Riceviamo una royalty che va dal 2% al 2,5% del prezzo finale del prodotto. Ad esempio, per il caffè siamo a 6 centesimi di euro per ogni pacchetto da 250 grammi venduto dai licenziatari del marchio. Le royalties ci permettono di effettuare i monitoraggi: sui produttori e sugli importatori da parte di F.L.O., e sui licenziatari da parte di TransFair Italia. Per realizzare interventi di educazione allo sviluppo partecipiamo ai bandi europei, spesso in collaborazione con le circa trenta associazioni e Ongsocie di TransFair: Acli, Arci, Unicef, Acu, Cies, Movimondo, Manitese. Oggi il mercato equo, riferendoci a caffé e succo d’arancia, copre circa lo 0,4% dei consumi degli italiani. L’ideale sarebbe avere almeno l’1%, e in alcune catene come Coop e Carrefour in Italia i prodotti equi sono ormai attestati su questa quota. Il nostro è un bilancio leggero in una struttura leggera, fondata su una sede operativa di tre persone a tempo pieno, ed un consiglio direttivo di 7 componenti volontari.