Primo viene il lavoro – di Sergio Cofferati

31/05/2002


31 maggio 2002

Primo viene il lavoro
di 
Sergio Cofferati


 Quello che segue è il primo di una serie di interventi dedicati ai principali articoli della nostra Costituzione. Al segretario della Cgil abbiamo chiesto di commentare il primo, quello che recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Il 2 giugno, Festa della Repubblica, l’Unità regalerà ai suoi lettori il testo integrale della Costituzione italiana.

Il lavoro di cui parla la nostra Costituzione è un diritto-dovere che qualifica la Repubblica, fissa un valore fondativo per la società italiana e indica una prospettiva positiva per i cittadini inglobando l’idea di reddito nella realizzazione della personalità dei singoli attraverso, appunto, il lavoro.
Il lavoro delle persone dunque non può, né deve essere considerato un’occasione qualsiasi. Chi oggi parla ad una ragazza o ad un ragazzo, e prospetta l’idea che sia meglio avere un’occupazione qualsiasi, commette un grave errore e tradisce il senso stesso del nostro vivere insieme. Così facendo si accetta un’ipotesi riduttiva e sbagliata che condanna le giovani generazioni ad un futuro incerto e marginale.
Una Repubblica fondata sul lavoro deve saper offrire ai giovani occasioni di impiego qualitativamente alte. Deve saper valorizzare le loro professionalità e dare l’opportunità di realizzare le loro aspirazioni. Per questo uno dei compiti primari dello Stato deve essere quello di sviluppare l’apprendimento, il sapere, la conoscenza come elementi essenziali del percorso formativo di una persona, perchè solo così, nel lavoro come nella vita privata, si potrà sempre essere cittadini consapevoli.
Una Repubblica fondata sul lavoro deve poi sempre avere dei diritti riconosciuti. È questo un tema di straordinaria attualità. Non interessa solo il mondo del lavoro. Riguarda più complessivamente la società italiana.
Quando il sindacato si è opposto, come ha fatto in queste settimane, all’idea che fossero alterati o cancellati i diritti delle persone che lavorano, lo ha fatto sulla base di una convinzione che ha trovato nei cittadini una forte consapevolezza. Il sindacato ha come suo obiettivo quello di far coincidere la Costituzione scritta con quella materiale del Paese, quello di estendere i diritti e le tutele a chi oggi ne è privo, quello di garantire i giovani dando ad essi i diritti che i genitori hanno conquistato a prezzo di tanti sacrifici. Questa è la nostra priorità ed è quella dell’Europa.
A Nizza i Paesi dell’Unione hanno varato la Carta dei diritti che dovrebbero rappresentare le fondamenta nella costruzione di una nuova Costituzione europea.
In essa è contenuto il meglio della cultura europea e c’è l’affermazione di principio, una sorta di primo articolo, dell’indivisibilità dei diritti. È un’idea di grande valore, perchè quando è violato un diritto – sia che faccia capo alla persona, al cittadino o al lavoratore – inevitabilmente, qualche tempo dopo, anche gli altri diritti saranno messi in discussione. Per questo è importante difendere la catena dei diritti nella sua uniformità. Quando si rompe un anello, quella catena perde la sua funzione e progressivamente anche gli altri possono essere attaccati.
È questo un tema da far vivere ogni giorno, che deve valere per noi come deve valere per i cittadini d’Europa. Se nel nostro continente, ogni tanto, esplodono fenomeni terribili di razzismo e xenofobia, che poi trovano espressione in una destra politica illiberale e antidemocratica, è perchè, forse, i cittadini europei non sempre sono attenti nel valorizzare la parte piu’ bella della loro cultura e della loro storia: la storia del welfare, dello stato sociale, dei diritti delle persone.
All’idea barbara di un capitalismo senza regole e senza diritti, a chi parla di compassione e filantropia, noi dobbiamo contrapporre la nostra cultura che è quella della solidarietà, quella che ispira oggi la Costituzione repubblicana, domani quella europea. È una cultura antica, ma è una cultura bellissima.