Primo marzo d’assalto.AlCie

02/03/2011

«La nostra lingua non è l’italiano, sono le nostre braccia. E quando non abbiamo più braccia per lavorare ci cacciano via e al nostro posto prendono altri sfigati come noi». Quando prende il megafono Nadia è arrabbiata come non mai, urla a squarciagola e in un italiano perfetto parla della fatica di «pulire i cessi alle 6 dimattina», lei che laureata aspirerebbe ad un altro lavoro, o delle code sotto la pioggia davanti a degli uffici della questura che ogni anno accumula pratiche su pratiche con ritardi enormi, o dell’obbligo di dimostrare di avere un certo reddito e una casa la cui grandezza è imposta per legge per ricongiungersi con i propri figli. Nadia parla di tutto quello che anche quest’anno ha portato in piazza centinaia di migranti – in tutto più 1500 persone nonostante il freddo pungente di Bologna – per manifestare contro la legge Bossi–Fini, definita «criminogena» perché responsabile dello stato di clandestinità in cui sono precipitati migliaia di migranti che, dopo aver perso il lavoro, si sono visti privare del permesso di soggiorno. Ma la mattinata era cominciata con un assalto al Centro di identificazione della città. Un blitz in piena regola nel Cie di Bologna che ha colto di sorpresa le forze dell’ordine e innescato una rivolta degli immigrati rinchiusi all’interno;
40 di loro sono tunisini arrivati alcune settimane fa a Lampedusa e poi smistati nei vari centri italiani. Analoghe rivolte si sono svolte nei giorni scorsi anche a Torino e nel cie di Gradisca d’Isonzo. Il tentativo di irruzione bolognese è partito a metà mattinata da parte di un centinaio di attivisti dei centri sociali Tpo di Bologna, delle Marche, del Nord Est, di Ya Basta. Grazie ad alcune scale hanno scavalcato il muro di cinta sul retro del centro che confina con la ferrovia suburbana e sono arrivati di corsa attraverso un campo al primo giro di gabbie del Cie dove hanno divelto un cancello. Sono riusciti ad entrare ma per poco perchè è scattata una carica dei militari dell’Esercito presenti al centro con alcuni poliziotti.
Con gli attivisti rimandati fuori dalla gabbia è iniziata una parziale riconquista del Cie da parte di polizia e carabinieri mentre all’interno dalle camerate prima gli uomini e poi le donne rinchiuse hanno gridato più volte «libertà » e tirato degli oggetti. Nel settore maschile sono stati incendiati materassi (passando per la via dove si trova il Cie poco prima dimezzogiorno si poteva vedere del fumo che saliva in aria) e scagliato sedie. Una rivolta che secondo Daniele Giovanardi, il responsabile della Misericordia diModena che gestisce i due centri di Bologna e Modena, ha reso inagibile quattro quinti degli alloggi per gli uomini. Nel frattempo nel campo è proseguito il presidio dei manifestanti che hanno battuto sulla gabbia con degli oggetti per lanciare segnali agli immigrati, a questo punto è iniziata una trattativa che ha portato a far entrare nel Cie due consiglieri regionali che hanno partecipato alla protesta. Roberto Sconciaforni della Federazione della Sinistra e Gabriella Meo del gruppo Sel Verdi sono entrati verso le 15 accompagnati da due avvocati e da Neva Cocchi, dello sportello migranti del Tpo. «E’ una situazione drammatica – ha detto Sconciaforni – sono persone in fuga, non criminali.
Sono scappate dalla dittatura e dalla fame per trovare libertà, e si trovano chiusi in quello che tecnicamente non sarà un carcere, madi fatto li priva della libertà, senza aver commesso reati, e ci chiedono perché». Nel pomeriggio, invece, la manifestazione «ufficiale». La novità di quest’anno non è stata certamente la piazza in sé, come sempre colorata e animata dalla miriade di associazioni che si occupano dell’accoglienza dei migranti e dagli operai della Fiom, che puntuali si sono presentati in corteo, quanto piuttosto la presenza di decine di giovani dell’Istituto professionale "Fioravanti" – dei quali 8 su 10 sono stranieri, destinato alla chiusura e all’accorpamento con un istituto fuori città. La protesta degli studenti è stata anche il pretesto per scoperchiare, rappando a colpi di hip-hop, quel vaso di pandora che è la condizione dei figli di migranti, ragazzi magari in Italia da anni che si diplomano e che si vedono costretti a cercare e a trovare subito lavoro, pena la perdita del permesso di soggiorno.