“Primarie” Bertinotti: e ora un voto per decidere

18/10/2005
    martedì 18 ottobre 2005

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      Bertinotti: e ora un voto per decidere

        intervista
        Riccardo Barenghi

          ROMA
          Non solo non è deluso dal suo risultato ma anzi lo trova straordinario. In se stesso («non avrei mai pensato di prendere 600 mila voti, non so neanche immaginarmi chi siano, dove siano…») e soprattutto perché nasce da questa «straordinaria partecipazione che è il vero fatto politico delle primarie. E che merita una ricerca impegnata. Adesso è facile dire che è stato un risultato meraviglioso, una cosa fantastica, ma se tutta la società politica – me compreso che pure sono un fan delle primarie – non immaginava un risultato del genere vuol dire che un problema c’è: ossia che la partecipazione democratica non è considerata un elemento essenziale della politica». A Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista e secondo arrivato col 14,6 per cento, queste primarie sono piaciute molto. Tanto che vorrebbe esportarle, dal candidato ai candidati, fino al programma.

          Primarie su tutto e per tutti d’ora in poi?

            «Io propongo a tutta l’Unione che questo diventi il nostro metodo. Per esempio, penso che dopo aver concordato un programma unitario e condiviso, si possa, anzi si debba, chiedere il parere dei nostri elettori sui punti non condivisi».

            Solo un parere?

              «No, io vorrei un voto decisionale. Se su una questione non troviamo l’accordo, la parola passa agli elettori: e decidono loro. Intanto un piccolo passo avanti ieri pomerigio l’abbiamo fatto: assemblee regionali dell’Unione che intervengono sulla elaborazione del programma».

              Ci dica un punto su cui si potrebbe ricorrere alle primarie di programma se non si trovasse un accordo nell’Unione?

                «Ne dico tre. La chiusura dei Centri di detenzione per gli immigrati; l’istituzione dei Pacs, cioè il diritto ad avere una famiglia di fatto per i non sposati di qualunque sesso siano; l’abolizione della legge 30, la legge Biagi».

                Ma così non c’è il rischio di una deriva populistica, non più il popolo che delega la politica a decidere ma la politica che si rimette al popolo quando è incapace di decidere?

                  «Non penso a una sorta di referendum continuo, penso però a qualcosa di analogo a quel che successe col sindacato dei consigli. Non erano più solo le segreterie dei sindacati a decidere le piattaforme contrattuali che invece venivano discusse e spesso rimesse in discussione nelle fabbriche. Ecco, se noi non mandiamo una ricevuta di ritorno a questi milioni di persone che hanno votato, facciamo un grosso errore. Quello che è emerso in queste primarie è un bisogno diffuso di connettere la politica e la società, anzi la politica e la vita reale. Con una forte domanda di cambiamento della vita e della politica. E’ un voto che chiede una riforma della politica».

                  Però è anche emerso un plebiscito per Prodi. Secondo lei non è pericoloso questo super investimento su un leader? L’Unione non rischia di somigliare ai suoi avversari, il berlusconismo di là, il prodismo di qua?

                    «No, perché la partecipazione democratica è un antidoto in sé. E anche perché Prodi viene giustamente vissuto come l’antagonista di Berlusconi, dunque su di lui si investe. Il risultato delle primarie è una fotografia di Piazza del Popolo l’altra domenica. Parla solo Prodi perché Prodi è la raffigurazione fisica dell’anti-Berlusconi».

                    Lei allora perché si è candidato?

                      «Se non mi fossi candidato, il rischio di cui parlavamo sarebbe stato una certezza. Ci sarebbe stato non un plebiscito ma una vera incoronazione con percentuali bulgare. Così invece molta gente ha sentito il bisogno di partecipare, facendo emergere – per quanto i nostri risultati siano molto diversi – un dualismo non tra persone ma tra posizioni politiche. Un grande campo riformista da una parte, una robusta sinistra radicale dall’altra. In due parole: unità e pluralismo».

                      Il pluralismo si vede, l’unità un po’ meno. Già si ricomincia a litigare su lista unitaria sì o no. Inoltre c’è il caso Mastella, un problema o un’opportunità?

                        «Ne l’uno né l’altro. Io direi che l’Unione è una calamita che non ha bisogno di nessuno mentre tutti hanno bisogno dell’Unione. Vale anche per me. Per questo dico a Mastella, come a Fassino, a Rutelli, a Prodi che l’accento va messo sull’Unione: in senso letterale ma anche metaforico».

                        Gli ultimi sondaggi le accreditavano il 20 per cento, invece è rimasto al 14. Non si sente sconfitto?

                          «No perché noi calcolavamo che avrebbero votato per me 250-300 mila persone (a essere ottimisti), e tutti prevedevano che avrebbero votato circa un milione, un milione e duecentomila persone. Se così fosse andata, io avrei preso più del 20. Ma i voti popolari si sono più che triplicati e nonostante i miei 600 mila siano un’enormità, è ovvio che la percentuale scende».

                          Ma secondo Bertinotti qual è il messaggio politico principale delle primarie?

                            «C’è tutto Berlusconi in questo voto, un voto che dice quattro parole: non ne possiamo più».