Prima vera prova di forza dopo la guerra di parole

24/10/2003


24 Ottobre 2003

retroscena
Roberto Giovannini
PALAZZO CHIGI PUNTA A «RIAGGANCIARE» CISL E UIL
Prima vera prova di forza dopo la guerra di parole
L’esecutivo vuole riaprire il dialogo con una parte delle confederazioni
per questo ha congelato le modifiche alla delega e la lettera agli italiani
ROMA
OGGI, con lo sciopero generale contro la riforma delle pensioni, è il giorno della prima prova di forza concreta in quella che fino ad ora è stata soprattutto una guerra di parole. Di parole, annunci e simboli, se è vero che – tutto sommato – Cgil-Cisl-Uil hanno proclamato uno sciopero contro una riforma che materialmente non è stata nemmeno presentata in Parlamento. Così come non c’è fisicamente neanche la famosa «lettera agli italiani», annunciata dal presidente del Consiglio per illustrare via posta la bontà del progetto governativo.
Emendamento e lettera del premier non sono però «virtuali»: semplicemente, il governo ha pensato che sarebbe stato meglio attendere lo sciopero generale. Il ministro del Welfare Maroni continua a dirsi convinto che dopo le manifestazioni e i cortei in qualche modo si riuscirà a riaprire un filo di dialogo con il sindacato, o almeno con una parte di esso. Non è un segreto per nessuno, infatti, che l’Esecutivo punti (o almeno, speri) di ripetere l’operazione compiuta lo scorso anno con il «Patto per l’Italia», dividendo il fronte sindacale, concedendo qualcosa a Cisl e Uil, e isolando la Cgil. E non è un segreto per nessuno che l’articolato della nuova delega previdenziale (non consegnato al Parlamento, ma che tutti gli addetti ai lavori hanno sul proprio tavolo) potrebbe essere nelle intenzioni del Welfare «alleggerito», con una più graduale entrata a regime del giro di vite sull’età di pensionamento o sulle penalizzazioni inflitte a chi vuole andare in pensione prima dei famosi 40 anni di contributi. Le diverse soluzioni tecniche sono già state messe nero su bianco dagli esperti.
Di qui anche la decisione di Berlusconi di rinviare la spedizione dei milioni di lettere sulla riforma, la cui «produzione» (stampa, imbustamento, e così via) non è stata nemmeno avviata. La versione ufficiosa, dicono i collaboratori del Cavaliere senza illudersi di convincere nessuno, è che lo slittamento nei tempi è stato dovuto proprio all’intenzione di Berlusconi di scrivere il testo di proprio pugno; ma in queste tre settimane gli impegni si sono moltiplicati, e insomma… Ovviamente, le cose non stanno così. Primo, si è pensato che non sarebbe stato opportuno prima dello sciopero «sensibilizzare» l’opinione pubblica sul tema pensioni, col rischio di contribuire involontariamente alla riuscita della protesta. Secondo, c’è sempre la speranza di «riagganciare» Pezzotta e Angeletti, e la lettera avrebbe rischiato di provocare una reazione negativa. Anche per questo, dunque, l’annunciata «campagna mediatica» per spiegare la bontà della riforma si è ridotta per ora alla partecipazione (contestata dai sindacati) di Tremonti a «La vita in diretta».
Se nei prossimi dieci giorni i segnali dal sindacato (leggi Cisl e Uil) saranno negativi, naturalmente la campagna governativa riprenderà a tutto vapore. A dire il vero, i segnali già sono pessimi. Secondo i bene informati, qualche disponibilità generica alla trattativa da parte della Uil ci sarebbe. Il guaio è che la Cisl di Savino Pezzotta sembra più che mai sulle barricate, e non ne vuole sapere di una eventuale strategia di «riduzione del danno», ovvero una correzione più o meno significativa del progetto di riforma senza intaccarne la filosofia di fondo. Al contrario, il numero uno della Cisl sembra non solo rigidissimo nei toni. Ma quel che è peggio sembra intenzionato ad alzare la posta in gioco: oltre che di pensioni, vuole trattare di Finanziaria, inflazione, condoni, politica industriale, e chi più ne ha più ne metta.
Il sindacato pare convinto che la campagna «pubblicitaria» del governo non stia funzionando. Certo, spiegano in casa Cgil, il clima sociale non è quello del ‘94, ma la strategia di dividere il mondo del lavoro in «sommersi» e «salvati» non va: i cinquantenni vittime designate della riforma sono infuriati, ma i giovani cominciano a capire il pesante effetto sulla loro pensione del contributivo, e tutti gli altri continuano a non credere nella promessa che questa sarà «l’ultima riforma» delle pensioni. E Cgil-Cisl-Uil continuano a scommettere sulle tensioni nella maggioranza: se l’iter parlamentare della delega pensionistica si farà lungo, da gennaio (se ci sarà il rimpasto) le pensioni potrebbero finire nel dimenticatoio. E in caso estremo, spiega un dirigente Cgil, la riforma scatterà dal 2008: a quel punto il sindacato ne chiederà la cancellazione al centrosinistra, dopo il 2006.
E quindi, guerra di lunga durata: con le manifestazioni e gli scioperi, ma anche – a tempo debito – con una proposta sul Welfare che arriverà, e che si annuncia «altra rispetto a quella del governo e alta nei contenuti». Martedì si annunceranno le nuove mobilitazioni: una manifestazione a Reggio Calabria o a Cosenza in novembre sul Mezzogiorno, una megamanifestazione a Roma a fine novembre, un altro sciopero generale di otto ore. Per la proposta, a dire la verità, ci sono solo vaghe ipotesi, mai esaminate collegialmente e neppure articolate. Servirà tempo.