Prima intesa fra ordini e associazioni

29/01/2003

ItaliaOggi (Professioni)
Numero
024, pag. 32 del 29/1/2003
Ginevra Sotirovic

Al Forum di ItaliaOggi sulle professioni intellettuali tecniche.
Prima intesa fra ordini e associazioni

Prima intesa ordini-associazioni sul progetto quadro di riordino del settore. Il Cup e il Colap, con il placet (seppure con alcune perplessità) della Confedertecnica hanno raggiunto un accordo di massima sui principi generali della nuova riforma che prevede un doppio binario di riconoscimento per gli ordini e per le associazioni.

Il primo test sulla possibilità di arrivare in tempi brevi a una riforma delle libere professioni con il riconoscimento delle associazioni ha dato esiti positivi. A fornirlo è stato il Forum che ItaliaOggi ha organizzato nei giorni scorsi per fare luce sulla riforma delle professioni che è allo studio della commissione di tecnici coordinata dal sottosegretario, Michele Vietti.

E in particolare per mettere in evidenza quegli aspetti peculiari che interessano le professioni tecniche.

Uno dopo l’altro, Carlo Daniele, presidente della Confedertecnica, Giuseppe Jogna presidente della Cassa dei periti industriali, Giuseppe Lupoi, coordinatore del Comitato delle libere associazioni professionali e il presidente del Cup, Raffele Sirica hanno approfittato della presenza di Vietti per esporre alcuni aspetti problematici legati al progetto quadro di riordino che dovrebbe venire alla luce entro la fine di febbraio.

I punti nodali riguardano il riconoscimento delle associazioni professionali, sul quale sia Daniele che Jogna hanno espresso alcune riserve, la costituzione delle società interprofessionali sentita come un’esigenza imprescindibile per tutto il comparto tecnico. Vietti ha chiarito che il riconoscimento delle associazioni professionali non implica una sottrazione di competenze agli ordini né la concessione di garanzie e di tutele che spettano unicamente al mondo ordinistico.

Ma ha comunque difeso la necessità di regolamentare un settore che si va sempre più affermando sul mercato e che con l’introduzione di nuove regole, seppure senza un ingessamento, offrirà maggiori garanzie al cliente-utente. Sirica e Lupoi hanno comunque mostrato ampia disponibilità a trovare un accordo duraturo per il bene di tutte le professioni italiane e il presidente del Cup, per di più, ha lanciato la proposta di un Forum Ue di tutte gli ordini e le associazioni tecniche. (riproduzione riservata)

CARLO DANIELE

presidente della Confedertecnica

Quella di cui stiamo parlando oggi secondo me non è la riforma delle professioni, ma quella di un pezzettino della giustizia. Dunque, bisogna porsi una domanda: a cosa può servire un intervento di questo tipo?

Se lo stato ritiene di dover mantenere il sistema ordinistico, perché gli dà le garanzie necessarie, ed esistono, poi, delle professioni emergenti, ma che sono rapportabili alle professioni già regolamentate, non si capisce perché queste non debbano convergere nel sistema ordinistico attuale.

Quelle che invece non meritano di essere regolamentate perché non comportano rischio sociale e collettivo le si può lasciare alla libera regolamentazione.

Inoltre, bisogna tenere conto di alcuni fattori. Esiste la necessità di essere assoggettati a vigilanza se si esercita la professione in forma dipendente e se sì in quali casi. Senza contare poi il problema della previdenza che a esso è connesso.

Nel momento in cui andiamo a regolamentare alcune associazioni libere per cui non è obbligatoria l’iscrizione per svolgere la professione non capisco perché queste associazioni devono essere riconosciute dal ministero di grazia e giustizia.

Le professioni tecniche hanno grosse responsabilità di carattere sociale collettivo e questo è un aspetto del quale il governo deve tenere conto sia quando elabora un progetto di riforma, che in sede di legge finanziaria. Il nostro è un comparto che potrebbe dare 300 mila posti di lavoro, basterebbe che il rapporto tra il professionista e il dipendente fosse di 1 a 1.

Entrando, poi, nel merito delle questioni che sono oggetto del progetto di riforma sul quale sta lavorando la commissione presieduta dal sottosegretario, Michele Vietti, mi auguro che sia prevista la possibilità di costituire società interprofessionali. Noi abbiamo la necessità di poter costituire società di questo tipo e con capitale non di professionista.

Quello che però vogliamo regolamentare è la quantità di capitale. Verremmo a togliere il controllo sull’esercizio della libera professione se andassimo a fare società di capitale maggioritario dei non professionisti.

Vorrei, poi, che fosse chiarito un punto importante. Il riconoscimento delle associazioni significa il riconoscimento delle professioni svolte?

GIUSEPPE LUPOI

coordinatore del Colap

Sono nove anni che una legge dello stato, la Merloni, riconosce per il settore tecnico la possibilità di fare società interprofessionali come si vuole. Quindi non è vero che in Italia non si possono fare società interprofessionali nel settore tecnico.

Per quanto riguarda il riconoscimento delle professioni non regolamentate, ci si sta rendendo conto che il sistema ordinistico, ottimo per alcuni versi, presenta alcuni punti deboli: poca flessibilità, poca velocità nell’adeguarsi ai tempi, scarsa rappresentazione di tutte le nuove professioni. La realtà italiana con 32 ordini professionali è unica al mondo.

Anche in altri paesi in cui esistono gli ordini ce ne sono però al massimo sei o sette.

Gli ordini servono per alcune importantissime professioni, quelle storiche, ma per quelle nuove lo strumento dell’ordine non è più adeguato. Già oggi c’è fin troppa confusione e il numero degli ordini è eccessivo. Ne è testimone il sottosegretario Vietti alle prese con l’unificazione dell’albo dei dottori e dei ragionieri.

Parlare, poi, di professioni che non presentano rischi sociali può trarre in inganno.

La definizione di rischio sociale è abbastanza vaga, perché anche l’operatore ecologico se pulisce bene evita a me di prendere la buccia di banana e scivolare per terra e farmi male, quindi il rischio sociale ce lo ha anche lui se non fa bene il proprio lavoro.

Tutte le professioni ce l’hanno. Non è possibile, dunque, utilizzare questo criterio per identificare le professioni che possono essere trasformate in ordini e quelle che invece non possono esserlo.

Quindi sarebbe bene che il paese si dotasse anche di un altro strumento oltre a quello ordinistico, che è consigliato anche dall’Europa, che in altri paesi ha dato buoni risultati e non vedo perché noi non dobbiamo a priori dotarci di questa possibilità.

Un’altra considerazione mi preme fare. Il Censis parla di 3 milioni e 900 mila professionisti che svolgono attività non regolamentate.

Nonostante questo, gli ordini vogliono l’esclusiva sulla formazione all’esame di stato, vorrebbero gestire l’esame di stato, fare la formazione post-iscrizione, certificare la formazione continua e imporre che ci sia un’assicurazione.

Ma tutte queste cose da dieci anni le fanno già le associazioni professionali. Se noi, poi, andiamo a vedere, sempre secondo le statistiche del Censis, che una grossa fetta di iscritti degli ordini fa parte anche di un’associazione, ci dobbiamo chiedere il perché. Quale vale di più, l’obbligo di iscrizione o la scelta volontaria?

Allora se c’è questo movimento spontaneo senza che l’attestato di competenza sia riconosciuto da nessuno, vuol dire forse che queste associazioni qualche funzione ce l’hanno.

Questa riforma che si sta facendo con grande fatica, ma con tanta volontà di raggiungere il risultato è opportuna per il paese, per garantire meglio il cittadino utente-cliente, per dare un sistema più flessibile, per permettere di migliorare il nostro sistema professionale.

Noi non chiediamo che un controllo, in modo tale che quelle associazioni che mal si comportano e danno degli attestati non validi vengano allontanate. Gli ordini potranno collaborare all’efficienza di questo sistema. E insieme con le associazioni contribuire ad avere un sistema migliore per il paese.

GIUSEPPE JOGNA

presidente della Cassa dei periti industriali e consigliere Adepp

Pensare in Italia a un sistema di doppio riconoscimento professionale comporta una grande confusione e probabilmente nel tempo anche un ragionevole pericolo.

Riconosco però che nel tempo c’è stata una grande evoluzione soprattutto nel settore tecnico, che ha portato alla creazione di figure professionali meritevoli della massima attenzione. In questa logica però mi sembra che il riconoscimento del sistema ordinistico sia la strada maestra.

Ma non tanto creando altri ordini, quanto piuttosto verificando quelli esistenti e trovandovi all’interno ampi spazi per introdurre un riconoscimento a tutti coloro che svolgono un tipo di attività affine e chiedono di essere riconosciuti.

Ci sono poi anche altri aspetti della riforma che mi fanno stare in apprensione e che mi piacerebbe approfondire. In primis, c’è in piedi un progetto di riordino del sistema formativo dei professionisti noto a tutti come dpr 328/01 che introduce un nuovo meccanismo che porta alla soppressione di alcune professioni storiche come anche la mia (il perito industriale era riconosciuto già nel 1929) e alla creazione di nuove figure.

È un grosso problema, perché come ben sapete gli enti di previdenza, non tanto il mio che è nato dopo la riforma Dini, corrono in futuro un grave rischio. Bisogna quindi fare in modo che le pensioni siano garantite anche in futuro e anche dopo queste trasformazioni.

La riforma, perciò, non può non tener conto di come si sta sviluppando la modifica del dpr 328 e non può neanche dimenticare gli equilibri finanziari degli enti di previdenza che sono strettamente correlati al sistema delle professioni tecniche.

Inoltre, mi pare che il progetto di riforma preveda di delegare alcune materie al governo: non c’è il rischio che, con l’attribuzione alle regioni della competenza in materia, il provvedimento rischi di essere tacciato di incostituzionalità?

RAFFAELE SIRICA

presidente del Cup

Il progetto di riforma delle professioni con il riconoscimento delle associazioni ci vede ormai impegnati da oltre dodici anni. Il confronto con le associazioni prima era più aspro, adesso invece è sereno e abbiamo l’opportunità che l’esperienza italiana possa diventare una stella polare per tutta l’Europa, in un momento di grande cambiamento.

Contemporaneamente c’è infatti la direttiva sul reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali, la concorrenza in materia tra stato e regioni, quindi una situazione assai complessa, ma che offre una grande occasione di fare un’ampia azione riformatrice. Speriamo perciò che l’impegnativo lavoro che sta facendo il sottosegretario Vietti si possa concludere e siamo ottimisti perché il clima è sereno. Ci sono alcune definizioni giuridiche che ci consentiranno di comprendere in che modo si distingue il sistema ordinistico da quello associativo.

Quando una professione intellettuale incide su interessi generali e lo fa in modo chiaro rientra nel modello ordinistico che abbiamo già sperimentato, e che va comunque migliorato anche alla luce delle novità. Quando invece non si interviene sugli interessi generali allora è possibile pensare a un altro sistema, che è quello delle associazioni.

L’area tecnica, poi, può caratterizzarsi con una sua specificità, quindi si tratterà di individuare criteri e logiche che consentano all’interno di principi molto generali di chiarire le diverse peculiarità. Le società di ingegneria, per esempio, nella legge Merloni sono già previste come società di capitale, senza nessuna condizione, fatta eccezione per l’obbligo per chi firma il progetto di essere iscritto a un albo professionale.

Si tratta perciò di fare una sintesi delle norme in materia di società tra professionisti all’interno di un progetto complessivo di riordino.

Sarebbe utile in questo contesto dare vita a un Forum delle professioni intellettuali tecniche, ancora prima di quello di tutte le professioni, in cui gli ordini, le casse di previdenza, i sindacati e le professioni non regolamentate comincino a confrontarsi per offrire poi delle proposte al paese.

E proprio nel Forum possiamo cominciare a lavorare per chiarire in cosa consiste il nuovo sistema e quali sono le differenze che sussistono tra ordini e associazioni.

Spero che il semestre italiano di presidenza del parlamento europeo possa far sì che il governo italiano si ponga al centro della realtà europea facendo il primo congresso delle professioni intellettuali. Raccordando una serie di regie che sono già presenti nel nostro paese. Possiamo contare, infatti, sul relatore a Bruxelles della direttiva servizi e di quella sul reciproco riconoscimento dei titoli professionali, Stefano Zappalà; un impegno del ministro delle politiche comunitarie, Rocco Buttiglione, di sostenere le stesse tesi di Zappalà nel consiglio europeo; sul sottosegretario Vietti che è in sintonia con gli altri due ed è perciò in grado di recepire le indicazioni che possono provenire dall’Europa.

Senza contare, poi, che c’è l’impegno del vicepremier, Gianfranco Fini, rappresentante del governo in sede di convenzione Ue che sta scrivendo la Carta dei diritti europea, di rappresentare in quella sede un condizionamento alla concorrenza attraverso il ruolo delle professioni intellettuali che sono individuate come strumento principe dell’attività della conoscenza.

Alla luce di tutti questi scenari, ci auguriamo che il lavoro dei tecnici coordinati dal sottosegretario Vietti si concluda al più presto.

MICHELE VIETTI

sottosegretario alla giustizia

Questi incontri sono utili per raccogliere spunti, suggerimenti e osservazioni.

Stiamo cercando di costruire, con grande sforzo e impegno, in mezzo a tante difficoltà, un’ipotesi di soluzione. Anche perché, come già diceva Sirica, ci siamo trovati in un momento in cui siamo pressati su più fronti e in particolare su quello europeo.

In una certa fase della giurisprudenza della Corte europea, infatti, sembrava che questa si stesse muovendo in una direzione che metteva fortemente in crisi il nostro sistema ordinistico.

Contemporaneamente, la modifica del titolo V della Costituzione ha messo in campo sulla materia professionale le competenze regionali, aprendo scenari ancora difficili da valutare e prevedere, con iniziative legislative che sono partite in alcune regioni senza paletti, senza principi generali, che (come ci ha detto il Consiglio di stato) è compito dello stato fornire. Gli ordini, dunque, anche alla luce delle iniziative europee, aspirano ad aggiornare la propria normativa che in alcuni casi è addirittura secolare. Mentre le associazioni, a loro volta, chiedono un riconoscimento.

Allora, di fronte a tutto questo il governo responsabilmente doveva prendere un’iniziativa che, ho detto più volte, non è sostitutiva di quella parlamentare, la quale ovviamente è sovrana, ma vuole semplicemente essere di aiuto e supporto all’iniziativa parlamentare e a quelle degli ordini e delle associazioni, svolgendo un ruolo di coordinamento.

Siamo, perciò, partiti dalle iniziative parlamentari che erano già allo studio e stiamo cercando di mettere a punto una legge quadro unitaria. Siamo infatti convinti che la professione intellettuale abbia una sua omogeneità, al di là delle differenze soggettive e delle forme organizzative in cui è esercitata, che ne giustifica la trattazione unitaria.

Abbiamo avviato, dunque, una commissione di tecnici che si sta muovendo con grande pragmatismo: ho raccomandato fin dall’inizio di evitare le dispute ideologiche.

Tenendo conto delle esigenze dei due diversi mondi, quello ordinistico e quello associativo, e cercando di rendere dinamico il sistema, abbiamo provato a ipotizzare un meccanismo che sembra soddisfare queste necessità. Quello che abbiamo pensato è uno schema di questo tipo: c’è la professione intellettuale e c’è il professionista intellettuale che intende esercitare la sua attività da battitore libero.

Poi questo soggetto a un certo punto si trova di fronte un bivio, può scegliere di percorrere un binario oppure l’altro (sistema del doppio binario). Può optare, dunque, di imboccare la strada degli ordini, delle professioni cioè che, in quanto attengono a interessi di carattere generale, fanno parte del sistema ordinistico.

Oppure può scegliere l’altro binario che è quello delle associazioni. Se queste si affidano completamente al diritto privato allora nulla quaestio.

Se, invece, quell’associazione a cui il professionista decide di iscriversi chiede un riconoscimento pubblico allora il binario richiede un processo che, dopo una verifica di tutta una serie di elementi (l’individuazione dei quali sarà fatta attraverso delega) e mediante un’istruttoria che fa il ministero della giustizia con un’apposita commissione, nella quale vengono coinvolti componenti del mondo associativo, il Cnel, gli ordini, porta infine alla facoltà per l’associazione di rilasciare degli attestati di formazione e di professionalità e di aggiornamento che danno conto della verifica di un percorso. Si tratta di una sorta di certificato, un accredito che si dà a quel professionista nei confronti dell’utente.

La soluzione normativa a cui noi stiamo arrivando non pretende di regolamentare tutto, ma vuole creare un sistema in cui si può scegliere un percorso ben definito, pur mantenendo una certa elasticità.

Il riconoscimento parte dalla professione, e non dalle forme in cui queste sono organizzate.

La riforma prevede, inoltre, la possibilità di costituire società interprofessionali.Rimane il problema dei soci di capitale: noi prevediamo che le società si facciano solo con soci professionisti fatta eccezione per le leggi già esistenti.

Spetterà al ministero dell’economia pensare eventualmente a un modello fiscale tagliato su misura per questo tipo di società.