Prima fermata, Lombardia

20/06/2002

20 giugno 2002



Prima fermata, Lombardia
Insieme alla Campania è la regione da dove oggi comincia il nuovo round di scioperi generali di 4 ore indetti dalla Cgil contro le modifiche dell’articolo 18 che Cisl e Uil si preparano a digerire. Un calendario di lotte articolate su scala regionale che si concluderà l’11 luglio prossimo con la fermata dell’Emilia Romagna

MANUELA CARTOSIO


MILANO
Lombardia e Campania aprono oggi lo sciopero generale della Cgil contro la trattativa con il trucco che manometterà l’articolo 18. L’11 luglio, quando lo sciopero articolato su scala regionale si concluderà con l’Emilia Romagna, Cisl e Uil avranno già firmato con governo e Confindustria quello che Berlusconi ha battezzato in anticipo «Patto per l’Italia». Zeppo di pessime cose, estenderà il licenziamento senza giusta causa alle aziende che «crescono» oltre i 15 dipendenti. L’accordo c’è da un pezzo, da prima che Cisl e Uil accettassero di trattare senza che l’art. 18 fosse davvero stralciato. Giorno più, giorno meno, ironizza Marcello Gibellini, segretario della Cgil di Bergamo, «potevano farci il
favore di firmare oggi, così lo sciopero sarebbe riuscito ancor meglio». La cronaca della vigilia comincia da Bergamo perché la Cisl ha preso come un affronto il fatto che la Cgil, oltre a scioperare, oggi manifesti nella città di Savino Pezzotta. Per lavare l’offesa di lesa maestà – a Bergamo la confederazione di Pezzotta conta 104 mila iscritti contro gli 84 mila della Cgil – la Cisl lombarda ha «congelato» i rapporti con la Cgil. Facciamo una quindicina tra manifestazioni e presidì – ha replicato la segretaria della Cgil lombarda Susanna Camusso – e a Bergamo oltre a Pezzotta ci stanno molti operai. La suscettibilità della Cisl è «assolutamente gratuita», tradisce qualche difficoltà a «mantenere l’egemonia». Per puntellarla L’eco di Bergamo, il quotidiano della Curia, ieri ha annegato la notizia dello sciopero Cgil in mezza pagina d’intervista a Pezzotta.

«Fare una manifestazione quando si sciopera è la norma non l’eccezione – dice Gibellini – quando uno si siede a tavola è per mangiare il primo, il secondo, la frutta e possibilmente il dolce. Uno sciopero senza corteo è come un pranzo a metà. Avessimo voluto fare uno sgarbo alla Cisl, l’avremmo fatto alla grande, avremmo dirottato su Bergamo tutta la Lombardia. Non è così. Quel che davvero brucia alla Cisl è che tanti suoi iscritti sciopereranno con noi».In provincia di Brescia è già successo. Per difendere l’art. 18 la Fim ha scioperato con la Fiom (gli scioperi articolati si concludono oggi con la Val Trompia). La Fim bresciana non ha aderito allo sciopero generale della Cgil (sarebbe pretendere troppo), ma il segretario Sandro Pasotti tiene ferma la posizione: «Se l’articolo 18 verrà modificato, anche con una sola deroga, saremo contro». Come, lo decideranno gli attivi che si terranno dal 21 al 25 giugno: «Non escludo niente. Se nel frattempo a Roma firmeranno, liberissime le Rsu di reagire a caldo».

In provincia di Brescia si sciopera da una decina di giorni e al segretario della Cgil Dino Greco sembra proprio che «la gente non si sia stancata». Le condizioni per reggere ci sono. Le assemblee dimostrano che i lavoratori, senza distinzioni di tessere, hanno ben compreso la posta in gioco. Apprezzano la coerenza della Cgil, sono esterrefatti per il voltafaccia di Cisl e Uil, non pensano – come Pezzotta – che il mestiere del sindacato sia di trattare sempre, «anche con chi vuole tagliarti un piede». Tutto quel che c’era da dire sull’art. 18 è stato detto. Adesso, «dobbiamo spiegare bene tutte le altre nefandezze che hanno messo nella delega sul mercato del lavoro». In particolare, la Cgil deve smascherare «la colossale operazione di corruzione politica che vogliono fare ungendo le ruote degli enti bilaterali». Passa di lì lo stravolgimento del ruolo del sindacato.Dalla Cgil di Pavia Franco Vanzati racconta di assemblee dove «nessuno è felice per la divisione sindacale». I lavoratori dicono che la Cgil ha ragione, però vogliono sapere «cosa succederà dopo». La risposta non c’è l’ha nessuno. Fin qui le iniziative di lotta sono andate bene, in 1.800 sono andati alla manifestazione del 23 marzo della Cgil a Roma, un record storico per Pavia. «Tenere sulla coerenza, però, non è facile». La coerenza, ad esempio, imporrebbe d’essere d’accordo con il referendum che estende l’art. 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti. La Cgil non lo è le motivazioni che adduce – pur tatticamente legittime – sono di difficile comprensione. «In questo momento non avevamo bisogno di un’ulteriore divisione al nostro interno». Antonio Panzeri, segretario della Camera del lavoro di Milano, dà tre indicazioni per contrastare un’intesa che dà per firmata: «Insistere con le lotte, ricorrere alla magistratura se l’accordo lascerà dei varchi, ripartire dalla contrattazione aziendale non solo per recuperare salario ma per ripristinare le regole che l’accordo cancellerà». Il patto di Milano, firmato da Cisl e Uil, di strada non ne ha fatta. «Depotenziare il patto per l’Italia sarà più difficile, ma non abbiamo altra scelta».