Prima consumo, poi pago

07/03/2005

    venerdì 4 marzo 2005

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    Prima consumo, poi pago
    La consistenza del credito al consumo in Italia ha raggiunto nel 2004 i 66 miliardi di euro. Ci si indebita di più per poter finanziare la sempre maggiore incertezza relativa alla stabilità del posto di lavoro, alle spese sanitarie, al futuro pensionistico e alla formazione dei figli

      MARIO BONACCORSO

        Nelle dinamiche che muovono il mercato del credito al consumo l’Italia è sempre più simile agli Stati Uniti. Nel nostro paese, infatti, il ricorso al credito per finanziare i consumi è spinto verso l’alto dalla sempre maggiore incertezza relativa alla stabilità del posto di lavoro, alle spese sanitarie, al futuro pensionistico e alla formazione dei figli. È quanto sostiene l’Assofin (l’Associazione italiana del credito al consumo e immobiliare), commentando i risultati di un’indagine sul ricorso al credito da parte delle famiglie italiane. Il settore nel solo 2004 è cresciuto del 14,5% come valore e del 16% per numero di operazioni. Si va dai prestiti personali, che hanno subito una crescita impetuosa (+37%), ai prestiti finalizzati all’acquisto di moto e auto (+7,2%), fino alle carte di credito revolving (+18,2%) e alla cessione del quinto dello stipendio (+26,6%). Nel complesso, comunque, si tratta di un fenomeno ancora piuttosto limitato in Italia, soprattutto se paragonato ad altri paesi europei, come Regno Unito e Germania, dove il ricorso al credito al consumo ha raggiunto livelli tanto elevati da far sì che il totale delle passività delle famiglie sia arrivato a superare il loro reddito lordo disponibile. E limitatissimo rispetto agli Stati Uniti, dove l’espansione del credito viene ormai utilizzata da tempo per alimentare una crescita dell’economia solo apparente, in quanto indotta dall’effetto ricchezza prodotto dalle bolle (aumenti vertiginosi dei prezzi che non corrispondono al reale valore dei beni).

          È da dieci anni, però, che il mercato del credito al consumo italiano non arresta la propria crescita. Oggi la sua consistenza è superiore ai 66 miliardi di euro. Siamo davanti, secondo Giuseppe Piano Mortari, direttore operativo della Assofin, a «un vero e proprio fenomeno strutturale», originato da molteplici cause. Fisiologiche innanzitutto, per cui sulla crescita del settore inciderebbe il livello dei tassi estremamente contenuto, che rende più che sostenibile il servizio del debito, ma anche sociologiche, ovvero legate ai cambiamenti intervenuti nella struttura demografica e delle relazioni tra individui.

            In poche parole: se prima si faceva ricorso alle relazioni famigliari o amicali per soddisfare un’esigenza di finanziamento, oggi ci si rivolge al mercato. Anche perché si è realizzata una trasformazione qualitativa nel risparmio degli italiani: se da un lato «è vero che gli italiani risparmiano meno di quanto non facessero nei primi anni novanta», dall’altro «essi risparmiano in modo diverso». È maggiore la componente azionaria e crescono gli accantonamenti di tipo cautelativo dovuti alla progressiva privatizzazione, sul modello statunitense, dei sistemi di previdenza e assistenza, una volta a carico dello stato sociale. Dunque «si tratta di un risparmio meno liquido e meno liquidabile». Per cui, pur a parità di entrate correnti, le famiglie o stabiliscono di ridurre il livello dei consumi correnti, oppure per ottenere denaro contante si rivolgono alle società di credito al consumo.

              L’Assofin esclude che la crescita del settore sia dovuta alle necessità finanziarie di «chi non arriva a fine mese»: «Esistono singoli episodi, ma non sono significativi. Sono piuttosto marginali e patologici». Un’analisi che su questo punto si discosta notevolmente da quella più volte proposta dalle associazioni dei consumatori, a parere delle quali l’impoverimento generale del paese e le difficoltà delle famiglie, con il crescente disagio vissuto dai ceti medi, avrebbero condotto in modo rilevante all’aumento del ricorso al credito per far fronte alle spese correnti e non solo per gli acquisti straordinari.

                Ma qual è, dunque, il profilo prevalente dell’utilizzatore di credito al consumo in Italia e cosa compra? Dall’indagine della Assofin già citata emerge il profilo di un maschio, appartenente al ceto medio, con una età inferiore ai 45 anni, che vive in piccoli comuni sull’intera penisola e compra nell’ordine autoveicoli, elettrodomestici e hi-fi, mobili, computer, moto e articoli per il proprio lavoro. Un dato che sembra confermare un’indagine di dicembre dell’Istat sui beni tecnologici, dalla quale risulta che tra il 1997 e il 2003 gli italiani che posseggono un telefono cellulare sono passati dal 27,3% al 78,2%, quelli che posseggono un computer dal 16,7% al 42,7% e quelli che posseggono l’accesso a internet dal 2,3% al 30,7%.

                  Le famiglie, quindi, hanno sacrificato in questi ultimi anni le spese per cibo e abbigliamento (in questo contesto si segnala anche il boom degli hard discount e dei factory outlet) per aprire la propria porta di casa ai telefonini, alle fotocamere digitali, ai televisori al plasma, ai lettori di dvd, ai computer portatili. E tutto ciò in un momento di stagnazione dei redditi reali. Secondo Prometeia, infatti posto a 100 l’indice del reddito reale disponibile per le famiglie nel 1991, nel 2003 quest’indice era pari a 93. Il ricorso al credito sarebbe così un’esigenza originata da una capacità di spesa immutata nel corso di dieci anni a fronte di bisogni e desideri maggiori e sempre più costosi.

                    Per quanto riguarda gli scenari futuri del mercato, Prometeia prevede un incremento ulteriore nella misura del 13,8% nel 2005 (che segna però un rallentamento rispetto all’anno precedente) e del 15,5% nel 2006, sostenuto dalla componente a medio lungo termine del finanziamento. E in questa evoluzione un ruolo significativo sarà giocato dalla pubblicità e dalle politiche di marketing attuate dalle istituzioni finanziarie e dalla grande distribuzione, utili ad aumentare la visibilità del credito al consumo. Sono infatti numerose le banche e le società specializzate che si dividono il mercato. Nel 2004 il gruppo con la maggiore quota è stato Findomestic (12,8%), seguito da Agos Itafinco (8,3%), Deutsche Bank Prestitempo (7,2%), Fiatsava (6,3%) e Fiditalia (5,2%). Si tratta quindi di un mercato fortemente frammentato, dove le cinque maggiori società non arrivano al 40%. E dove quindi la concorrenza è agguerrita.

                      Dal lato dell’offerta nei prossimi anni si dovrebbe così assistere a una rapida evoluzione in termini di prodotti e servizi di finanziamento, che saranno resi più flessibili e rispondenti ai bisogni della clientela. Ma soprattutto le società specializzate nel credito al consumo punteranno, secondo Prometeia, sulla grande distribuzione despecializzata per crescere, sui super e sugli ipermercati, che attualmente sono meno presidiati dagli operatori e considerati interessanti, perché capaci di raggiungere un maggior numero di clienti, caratterizzati da una frequenza di acquisto elevata, e di estendere l’offerta di credito al consumo anche a beni di largo consumo, grazie all’impiego di carte di credito revolving (che mettono a disposizione degli utilizzatori un fido da spendere e rimborsare con rate mensili) e del credito finalizzato.

                        L’obiettivo comune è colmare il divario con i principali paesi dell’Unione europea. A fine 2003, infatti, il rapporto del credito al consumo rispetto al Pil era del 7,5% in Spagna, dell’8,2 in Francia, del 10,8 in Germania e del 15,5 nel Regno Unito. In Italia alla stessa data, secondo Bankitalia, questo rapporto era del 3,9%.