Prigionieri del passato – di Gianni Riotta

22/03/2002
La Stampa web






 Editoriali e opinioni  


Prigionieri del passato

22 marzo 2002

di Gianni Riotta

Non state a lambiccarvi il cervello con le mille argomentazioni che seguono la morte dell’intellettuale gentile, Marco Biagi. Per comprendere l’ordito criminale delle nuove Brigate Rosse occorre armarsi di pazienza e, come si faceva già con le loro matrigne, le vecchie Br, leggere la lunga risoluzione diffusa ieri non più nell’ombra di polverosi sottopassaggi pedonali, come nel 1978, ma dai bassifondi nascosti di Internet.

Un documento stalinista. Il nemico siamo noi, il nemico siete voi, lettrici e lettori. Nessun appello di complicità, al sindacato, alla sinistra radicale, al movimento dei no global. Anzi: Cisl e Uil sono «neocorporative», Sergio Cofferati un finto «egualitario». Uccidendo Biagi le Br partito comunista combattente vogliono disarticolare «il piano di riforma del mercato» che datano dal governo Prodi, identificano nel governo D’Alema (con la morte di Massimo D’Antona) e rintracciano nel gabinetto Amato e oggi nel governo di Silvio Berlusconi.

Nessun distinguo: «entrambi gli schieramenti politico-istituzionali» di destra e di sinistra perseguono un obiettivo comune. Quale? Il testo Br è un Bignamino desolante, dalla «rivoluzione bolscevica» alla «Comune di Parigi», di ovvietà sulla «lotta di classe». Rifondazione comunista è denunciata perché complice di chi reprime «la sovversione» con il «mandato di cattura europeo» e al movimento dei no global la minaccia è nitida «non basta la mera espressione dell’antagonismo».

Conta solo chi si arma, si nasconde vilmente nell’ombra, scrive cartelle e cartelle di sgrammaticate («il popolo iraqueno», «il modello roosveltiano») e scriteriate teorie e ammazza della gente perbene in strada. Chi odia la pena di morte, ne può immaginare una inflitta in modo più canagliesco, senza processo, senza avvocati, senza appello? La vera novità è nelle lunghe pagine dedicate al conflitto internazionale. Le Br elogiano l’attacco alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono dell’11 settembre. Gongolano perché è finita «l’invulnerabilità degli Stati Uniti». Rimpiangono «l’Urss e il Patto di Varsavia».

I loro idoli sono la galleria degli orrori contemporanea: il terrorista Osama bin Laden, che «contrasta la strategia imperialista»; il dittatore serbo Slobodan Milosevic, che s’è opposto alla «ristrutturazione del mercato in Bosnia»; il sanguinario Saddam Hussein, «che da dieci anni non s’è mai arreso». Al mondo del terrorismo internazionale, da Al Qaeda all’Iraq, le Br sembrano chiedere protezione, finanziamenti e appoggio: certo offrono solidarietà. Chi può, nell’Italia del 2002, bere una simile pozione velenosa, da antro delle streghe di Macbeth? Davvero qualcuno può trovare appetibile la sacra alleanza di boia, despoti e dinamitardi? Il cuore direbbe di no.

L’Italia di oggi, la scombiccherata seconda repubblica delle nostre cronache, sembra comunque anni luce lontana da quest’odio distillato. Ma il cervello ricorda che farneticazioni analoghe seminarono migliaia di morti nel nostro paese, in una campagna di sangue che sfruttò le collusioni degli apparati. Nel giorno dei funerali privati di Marco Biagi, quando la moglie Marina Orlandi e i figli Francesco di 20 anni e Lorenzo di 12 danno l’addio al loro caro, cuore e cervello contrastano. Verrebbe da dire che queste Br non ci fanno, non ci possono fare, paura nella loro miseria ideale.

Il dolore della famiglia Biagi però ci ammonisce: è forse di noi stessi, della nostra rassegnazione, che dobbiamo avere paura. Perché ancora non sappiamo, dopo quasi 60 anni di Repubblica, essere una comunità. E’ bello che a Bologna le bandiere della destra e della sinistra, per la prima volta nella storia, abbiano sventolato in cordoglio per Marco Biagi. Non basta. Se il nemico delle Br siamo noi, come paese, dobbiamo reagire proteggendo insieme le nostre identità. Quelle di parte, di idee, di schieramento, che possono divergere sulla riforma del mercato del lavoro.

E quella comune, preziosa, di cittadini che insieme credono nella democrazia, un bene mai conquistato per sempre Le vecchie Br uccisero il vicedirettore di questo giornale, Carlo Casalegno, nel 1977. Spiegando le ragioni dell’agguato, il capo Br Patrizio Peci scrisse anni dopo: «Casalegno era maestro nello sminuire e nel ridicolizzare l’Organizzazione. E l’Organizzazione non tollera né l’ironia né sopporta di essere sbeffeggiata». La morte tragica di Biagi ci ricorda il nostro comune dovere di cittadini: portare l’Italia nel futuro.

Ai terroristi che leggono queste righe mostriamo ancora l’ironia di Casalegno: voi vivete relegati nel passato peggiore, una galera di idee vi rinchiude oggi, anticipando quella di mattoni che vi prenderà domani. Il vostro programma per l’Italia è un gulag di 60 milioni di prigionieri, che avrebbe voi come kapò. Chi mai vi seguirà?


gianni.riotta@lastampa.it