Prezzi, il 2003 chiude in salita

16/01/2004


16 Gennaio 2004

IN CIMA AI RINCARI ALCOL E TABACCHI (+6,9%). SINDACATI IN ALLARME, CONSUMATORI CONTRO L’ISTAT
Prezzi, il 2003 chiude in salita
Inflazione al 2,7% contro il 2,4 programmato

ROMA
Il 2003, anno nero dell’inflazione, si chiude con un aumento medio annuo dei prezzi al consumo del 2,7% contro il +2,4 stimato dal governo e il +2,5 del 2002. L’annuncio, dato ieri dall’Istat, ha subito riacceso le polemiche sul carovita e il ruolo dell’euro, ha rilanciato la forte contestazione delle associazioni dei consumatori e ha avuto un un impatto duro sul fronte sindacale, che denuncia a tutto campo il fallimento del meccanismo dell’inflazione programmata e reclama con forza l’introduzione di un riferimento più affidabile per tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni.
A dicembre, precisa l’Istat, l’inflazione non ha innestato la retromarcia sperata e, complice l’aumento delle sigarette, è rimasta stabile rispetto al mese precedente (+2,5% su base annua). L’incremento nell’intero anno del 2,7% fa tornare il carovita al livello del 2001 e colloca l’Italia ancora una volta al top in Europa. Pesa sul risultato annuo il capitolo bevande alcoliche e tabacchi, cresciuto nel 2003 del 6,9%. Aumenti superiori al 3% si riscontrano anche nei capitoli alberghi-ristoranti-bar (+3,9%), casa (+3,3%) e alimentari (+3,1%) che per tutto l’anno hanno messo a dura prova il portafoglio dei consumatori italiani e così, secondo l’istituto, «hanno falsato la percezione dell’andamento del carovita». I beni di largo consumo, come alimentari e prodotti per la casa e la persona, sono aumentati a dicembre del 3,7% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, con un incremento medio annuo del 2,9%. Invece quelli non di largo consumo, dalle automobili ai frigoriferi, nello stesso mese sono cresciuti appena dell’1,5%. Per quanto riguarda i servizi l’istituto sottolinea come siano cresciuti soprattutto prezzi e tariffe di quelli non regolamentati (+3,2%), mentre per gli altri si ha un aumento maggiore (+3,8%) in quelli a regolamentazione locale.
Insorge l’Intesa dei consumatori, precisando che, in base ai suoi calcoli, il tasso di inflazione si è attestato nel 2003 al +7,1% e non al 2,7% misurato dall’Istat, con un aggravio in un solo anno di 1791 euro a famiglia. Gli incrementi più alti sono segnalati nei servizi bancari (+10,4%) e per più dell’8% nella sanità, nei mobili e nei servizi per la casa, nelle bevande e nei tabacchi, negli alimentari. Così la spesa complessiva è passati in media per famiglia da 25.286 a 27.077 euro. Ed ancora le tariffe autostradali corrono ben al di là dell’inflazione programmata.
Di fronte ad un’erosione così significativa di salari e pensioni, il sindacato preannuncia una massiccia pressione ricercando l’unità d’azione. «Bisogna andare – afferma il leader di Cgil Guglielmo Epifani – a richieste retributive nei contratti nazionali più rispondenti alla necessità di recuperare potere d’acquisto, estendendo ma non contraddicendo gli accordi del ‘93. Altrimenti si rischia un malessere sociale che si esprime anche nei modi più esasperati». Nelle dinamiche retributive del 2003 si conferma, a suo avviso, una diminuzione delle retribuzioni nette tra lo 0,5% e l’1%. Incalza il segretario nazionale della Uil Paolo Pirani: «Finora si è pensato di risolvere il problema dell’inflazione contenendo salari e pensioni. Ma il giocattolo si è rotto. Occorrono ben altre politiche di controllo dei prezzi e di tutela delle retribuzioni. Non bastano più le grida manzoniane».
Dal versante imprenditoriale un segnale significativo. Il direttore generale di Confindustria Stefano Parisi conferma che l’inflazione si combatte soprattutto soprattutto dando corpo alla politica dei redditi, sorvegliando sulle tariffe nazionali e locali e consentendo alla guardia di finanza di intervenire dove si verificano comportamenti abnormi sul fronte dei prezzi. Aggiunge: «Ci sono messe a punto da fare sull’accordo del luglio ‘93, ma sia chiaro che gli strumenti di quell’intesa funzionano ancora e non bisogna fare l’errore di eliminarli».
[r.r.]