Previdenza Partite Iva: i 6 punti della discordia

04/06/2012

La riforma-lavoro porta l’aliquota contributiva dal 27% al 33% Soru: rischio fuga per trasformarsi in artigiani o commercianti DI ISIDORO TROVATO
L a battaglia è su due fronti: il riconoscimento delle associazioni professionali e l’opposizione alla riforma previdenziale che prevede un aumento dell’aliquota per la pensione contributiva per portarla al livello dei dipendenti: il 33% (sei punti più di oggi).
Partiamo da quest’ultimo aspetto: il ministro Elsa Fornero ha difeso la scelta di elevare l’aliquota per le partite Iva sostenendo che, a un versamento più elevato, farà seguito una pensione finalmente degna. «Peccato che alla pensione bisogna arrivarci vivi — dice con ironia Anna Soru, presidente di Acta, Associazione consulenti del terziario avanzato —. Con un’aliquota così alta saranno poche le partite Iva che potranno sopravvivere. Anzi, preannuncio un fenomeno in anteprima: dopo l’entrata in vigore della riforma, crescerà il numero dei commercianti e degli artigiani. Sì, perché il popolo delle partite Iva, pur di evitare la tagliola del 33% di versamento previdenziale alla gestione separata dell’Inps, preferirà trovare rifugio nella categorie di commercianti o artigiani la cui aliquota dovrebbe attestarsi a un confortante 24%».
La concorrenza
Per il mondo delle partite Iva, inoltre, questa disparità di versamenti creerà una concorrenza sleale tra categorie in competizione. In particolare si fa riferimento alla diversa contribuzione alle casse di appartenenza prevista per le professioni ordinistiche.
«Si tratta di professionisti che pagano mediamente il 15% — continua Soru —. Saremo in presenza di dumping previdenziale, un confronto impari che ci penalizza in modo eccessivo. Eppure la concorrenza tra associazioni professionali e quelle ordinistiche esiste, basti pensare a commercialisti e tributaristi, informatici e ingegneri informatici o a formatori e psicologi. Giusto per fare qualche esempio. Se, quindi, per essere tutelati, bisognerà essere iscritti a un ordine, lo chiederemo tutti».
Ma proprio questo governo non era stato presentato come un «nemico giurato» delle professioni ordinistiche, presentando quasi subito un piano di liberalizzazioni? «Sì, partendo dall’abolizione delle tariffe che erano una delle poche istituzioni valide nel mercato — affonda la presidente dell’Acta —. Piuttosto, bisognerebbe capire che il sistema ordinistico a tutela dei consumatori è ormai superato perché gran parte dei professionisti oggi lavora per le aziende e non per il privato cittadino. Insomma, ormai tra cliente-azienda e professionista quasi sempre è quest’ultimo a essere parte debole. E allora perché arroccarsi ancora sul sistema corporativo degli ordini? Molto meglio lasciare che sia il mercato a fare la selezione naturale».
Il riconoscimento
Intanto però c’è chi, come il Colap, Coordinamento delle libere associazioni professionali, festeggia per lo storico riconoscimento ufficiale dei tributaristi attraverso un decreto firmato dal ministro della Giustizia Paola Severino. Adesso dovrebbe essere il turno del riconoscimento di altre associazioni, ma si apre un nuovo fronte polemico. «Esiste un problema Cnel — spiega Giuseppe Lupoi, presidente del Colap — L’ente continua ad avere nostre pratiche inevase dal 2009 e insiste a chiedere alle associazioni di produrre nuova documentazione, malgrado l’esame dei requisiti di legge spetti non al Cnel ma al ministero che ha già approvato l’intera documentazione. Questo atteggiamento dimostra la volontà del Cnel di rallentare l’iter della legge allungando i tempi per il rilascio del parere a danno della collettività. Per fortuna il ministro Severino ha già firmato alcuni decreti ma è soltanto l’inizio, adesso è bene che tutte le associazioni che in questi anni hanno presentato la documentazione possano concludere l’iter previsto dalla legge».