Previdenza integrativa: Ti liquido meglio io

18/10/2005
    N.41 anno LI 20 ottobre 2005

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      Economia
      PREVIDENZA INTEGRATIVA / GESTIONI A CONFRONTO

      Ti liquido meglio io

      Sindacato, banche, assicurazioni: a chi affidare il proprio Tfr? I tre big del mercato ai raggi X

      di Maurizio Maggi

        La battaglia sulla destinazione del Tfr, il trattamento di fine rapporto, con lo stop del governo alla proposta del ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha riacceso la bagarre sulla previdenza integrativa. Le assicurazioni hanno gridato alla discriminazione per non essere trattate come i fondi gestiti dal sindacato, il sindacato è stato accusato di acquistare troppo potere con l’accesso privilegiato alla grande torta del monte-liquidazioni, pari a 12-15 miliardi di euro. Ma chi, finora, ha funzionato meglio? Abbiamo scelto i big dei tre comparti (fondi chiusi negoziali, fondi aperti e Pip, polizze individuali pensionistiche) per indagare su come sono organizzati, se sono cioè organismi troppo costosi, scarsamente aperti al mercato, o magari nicchie di potere e di poltrone. Ecco i risultati.

        Identikit. Il gigante dei fondi pensioni negoziali, il Cometa dei metalmeccanici, ha sede in un piccolo ufficio di via Vittor Pisani a Milano, dove lavorano sette dipendenti (di cui due dirigenti), e paga 348 mila euro di stipendi. Il leader dei fondi pensione aperti, Intesa Previdenza, di dipendenti ne ha trenta, occupa un piano di uno stabile di via Ugo Bassi, e nel 2003, con un po’ meno di trenta addetti, il monte-emolumenti superava il milione di euro. Il numero uno della previdenza integrativa complementare – quella dei Pip o Fip – è il Gruppo Generali (anche con le insegne Ina e Alleanza). Il Leone triestino gestisce anche parti di fondi negoziali (Cometa, il fondo dei ferrovieri Eurofer, e quello del trasporto pubblico Priamo). La singola ‘marca’ più attiva nei Pip, però, è Mediolanum Vita, controllata dalla Mediolanum di Ennio Doris e Silvio Berlusconi.

          Fondi negoziali: ritorno al mercato. Con 260 mila iscritti, Cometa è il più grosso tra i fondi chiusi negoziali. Raccoglie il 32,1 per cento dei lavoratori metalmeccanici e ha un consiglio d’amministrazione di 12 persone, per metà di nomina sindacale e per metà di nomina padronale. Il presidente uscente, Roberto Santarelli (che va a dirigere Federmeccanica) sarà sostituito da Pierluigi Ceccardi, presidente degli industriali di Mantova; per il resto la struttura è snella: l’amministrazione è affidata all’esterno, all’Accenture Pension Services, che gestisce pure il call-center del fondo. Quanto alla gestione del denaro, il fondo chiuso non è una privativa, ma di fatto ritorna al mercato: le scelte d’investimento sono affidate a undici diversi gestori con quattro gradazioni di rischio. La linea Monetario Plus (la più prudente) è affidata a Generali, la linea Sicurezza a Unipol e Cattolica, la linea Reddito (la più importante, con quasi 2 miliardi di euro patrimonio su un totale di 2,4 miliardi) è gestita da Axa, Bnp Paribas, Pioneer, Sanpaolo Imi, Epsilon e Ras, la linea Crescita si avvale di Société Générale e Duemme. Se la preoccupazione dei signori della finanza è di essere tagliati fuori, non ha ragione d’esistere. I mandati sono quinquennali ma le quantità di patrimonio gestite dai singoli operatori potranno essere ribilanciate. Ai gestori finanziari, Cometa paga commissioni che vanno dallo 0,10 per cento della linea Reddito allo 0,16 della linea Crescita, ma non esistono commissioni di performance. Da quest’anno, la quota associativa per ogni aderente è di 18 euro l’anno, e il costo medio del fondo, nel 2004, è stata pari allo 0,36 per cento del patrimonio.

            Fondi aperti: tengono il passo. Controllata per il 78 per cento da Banca Intesa e per il 22 da Generali, Intesa Previdenza è presieduta dal commercialista Paolo Fumagalli, consigliere d’amministrazione di Intesa e diretta da Andrea Lesca, l’unico dirigente. La società è al primo posto nei fondi aperti (che raccolgono soprattutto lavoratori autonomi o di settori privi dei fondi negoziali o co.co.co.), con il 28 per cento del totale degli iscritti (circa 110 mila) e con il 26 per cento del patrimonio (650 milioni di euro). È anche l’unica società interamente dedicata alla previdenza, mentre gli altri colossi del credito e delle polizze si affidano a delle business unit. Dice Lesca: "I fondi aperti sono i più trasparenti perché sono monitorati sia dalla Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, che dalla Consob. Banca Intesa ha sempre creduto in questo strumento anche per ragioni etiche e sociali. Non a caso, il nostro gruppo ha scelto di non lanciarsi nel settore dei Pip". Intesa Previdenza dispone di sette fondi. Il più affollato, con circa 65 mila iscritti, è PrevidSystem. Il costo medio di Intesa PrevidLavoro, il più innovativo, oscilla tra lo 0,50 e lo 0,87 per cento. Per Lesca è assurdo confrontare le performance di breve periodo dei fondi pensione con quelle del Tfr: "L’orizzonte temporale dev’essere molto più lungo e fino a che non sarà recepita una tassazione più favorevole del Tfr destinato ai fondi, sarà impossibile per i fondi aperti monetari prudenti far meglio del Tfr stesso". Gestiti da Nextra e Epsilon, i fondi pensione Intesa nel periodo ’99-2005 hanno ottenuto performance annue in linea con quelle di Cometa.

              Polizze individuali: alti costi. Nel gigante assicurativo Generali le attività del ramo vita fanno capo al coordinamento tecnico di Giuseppe Buoro, che è anche presidente di Generali Vita, ma i tre brand del gruppo operano autonomamente. Difficile sapere di preciso quanta gente impegna l’attività previdenziale, in un gruppo che conta 7 mila agenzie con 9.244 agenti. Però il settore dei Pip è da tempo nel mirino della Covip per i costi: più volte la Commissione ha evidenziato come per i sottoscrittori di polizze individuali i rendimenti siano decurtati dal costo del servizio, decisamente più elevato rispetto a quello dei fondi aperti, specialmente per periodi di permanenza ridotti. Sull’arco dei tre anni, dice la Covip, i costi dei fondi aperti sono pari a circa l’1,8 per cento del valore dell’attivo mentre per i Pip si viaggia alla media dell’8 per cento del patrimonio. Per scendere rispettivamente, dopo 35 anni, all’1,4 e al 2,2 per cento. Mediolanum Vita, secondo i dati utilizzati dalla Covip per la relazione sul 2004, è tra le più care per i costi sui tre anni: si va da un minimo del 4,9 per cento per la gestione più liquida e si supera il 16 per cento per le gestioni azionarie. I Pip del gruppo Generali non vanno mai sopra l’11,2 per cento. Gli alti ‘caricamenti’ iniziali vogliono dire ottime commissioni per la compagnia assicuratrice. Così, nonostante non possano godere del 2 per cento del contributo del datore di lavoro (come capita ai fondi negoziali, ed è su questo scoglio che si è arenata la riforma Maroni), i Pip continuano ad aumentare la loro quota di mercato mentre i fondi aperti stentano: la forza vendite ce la mette tutta perché sa che ci guadagna di più.