Previdenza integrativa 2 – Gestioni multicomparto per i fondi negoziali

11/02/2003

1- Gestioni multicomparto per i fondi negoziali

2- Siamo finiti nel mirino della Ue





RAPPORTO
lunedi 10 Febbraio 2003

Previdenza integrativa

pag. 51

Il prodotto, in lenta crescita, si sta avviando verso una nuova fase che sarà di consolidamento ma anche di competizione con i rendimenti del Tfr

Gestioni multicomparto per i fondi negoziali


MARIANO MANGIA


In crescita lenta, i fondi negoziali si avviano verso una seconda fase, caratterizzata dal consolidamento delle strutture e dall’ampliamento dell’offerta con l’adozione di gestioni multicomparto, preparandosi alla maggiore competizione che deriverà dalla possibilità, per gli aderenti a questa tipologia di prodotto, di passare a strumenti di previdenza individuale senza perdere il contributo del datore di lavoro e del Tfr. Per Carlo Benetti, responsabile fondi pensione di ING, ben venga la concorrenza: "La parificazione tra fondi chiusi e aperti è opportuna. Era giusta una tutela legislativa nella fase di avvio, ma è ora la competizione avvenga sulla qualità".
E se competizione deve essere, il primo aspetto ad essere considerato sarà quello delle performance. Alla fine di un 2002 fonte ancora di forti delusioni per i risparmiatori, arriva la verifica dei risultati conseguiti dai fondi pensione negoziali.
E con l’emergere di rendimenti preceduti dal segno meno (2,2% Cometa, 3,3% Laborfonds) è arrivato l’immancabile confronto con il rendimento del Tfr che nel 2002 ha reso un invidiabile 3,5% o di fondi di tipo assicurativo, un po’ meno, per la verità con i prodotti previdenziali individuali (fondi pensione aperti e Fip).
L’andamento negativo dei fondi pensione è da ricondurre alla scelta, quasi obbligata nel caso del monocomparto, di portafogli di tipo bilanciato con una componente azionaria non elevata, adatti un po’ a tutti gli aderenti con una media propensione al rischio. Nel 2001 la quota media investita in azioni dai fondi italiani non superava il 10% a fronte di un 50% dei fondi olandesi, il 75% di quelli inglesi o il 60% dei pension fund statunitensi. Insomma considerato il –33,9% dell’indice delle borse mondiali, i danni sono limitati.
"La cattiva performance dei fondi negoziali nel 2002? E’ vero, ma è pur sempre meglio dei rendimenti fatti registrare dai fondi pensione europei e americani. Nel caso italiano, le perdite incidono di più perchè i fondi sono partiti nel 1999 e non hanno alle spalle decenni di performance positive come i fondi pensione esteri." È l’opinione di Benetti della ING mentre Michele Boccia, responsabile della clientela istituzionale di Deutsche Asset Management Sim, argomenta: "L’adozione del monocomparto di per sé non è una scelta sbagliata, se le scelte di investimento sono effettuate su un orizzonte temporale di lungo periodo. Va considerato che le scelte delle linee guida sono state fatte in un periodo nel quale le aspettative di rendimento/rischio erano ben diverse da quelle attuali."
Inevitabile il raffronto con il rendimento del Tfr, secondo Carlo Alberto Bruno, responsabile portafogli istituzionali Schroders Investment Management: "Siamo obbligati al confronto con il Tfr perché il sottoscrittore del fondo pensione è posto di fronte all’opzione finanziaria. Tuttavia, occorre sempre considerare che i due strumenti non sono confrontabili: l’obiettivo finanziario del Tfr soddisfa più propriamente la funzione originaria di ammortizzatore sociale, piuttosto che attese di tipo previdenziale. Ad ogni modo nel breve periodo e con bassi tassi di inflazione il Tfr offre rendimenti reali positivi ma nel lungo periodo è improbabile che possa soddisfare l’obiettivo previdenziale di trasferire potere d’acquisto dalla fase lavorativa a quella di vecchiaia. Nonostante gli ultimi tre anni, i rendimenti dei primi fondi pensione lanciati sono comunque competitivi rispetto ai rendimenti del Tfr."
In effetti, se si considera il triennio 19992001, secondo un’elaborazione del Pension Forum della Bocconi, il rendimento netto per il sistema dei fondi chiusi era pari al 14,5%, largamente superiore alla rivalutazione del 9,3% del TFR. E ancora, una simulazione effettuata dalla COVIP, proiettando nei vent’anni precedenti l’asset allocation di portafoglio adottata nel 2001 dai fondi chiusi, determinerebbe un rendimento annuo del 13,5 %, a fronte di un’inflazione del 5,6% e una rivalutazione del TFR di poco superiore all’inflazione, con un 5,7 % annuo.
Ma per chi volesse privilegiare la sicurezza dell’investimento rispetto al rendimento, cosa potranno offrire i fondi negoziali?
"Finanziariamente non è difficile creare investimenti in grado di avvicinarsi ai rendimenti del Tfr. Con strumenti derivati e su un orizzonte temporale di 8 anni, un mese fa abbiamo simulato la costruzione di un portafoglio in grado di superare il rendimento medio del Tfr di 11,5 punti percentuali" è l’opinione di Boccia che è alquanto scettico anche sui risultati conseguiti da gestioni separate assicurative: "I rendimenti ottenuti da alcuni prodotti assicurativi sono più alti del mercato, sia per i diversi criteri contabili adottati, sia per effetto della forte competizione esistente fra le compagnie: ma è molto difficile che possano essere ripetuti in futuro, se per realizzare questi risultati hanno impoverito il patrimonio, realizzando tutte le plusvalenze."
La opportunità di offrire un maggior ventaglio di scelte agli aderenti, magari ricorrendo anche a strumenti e prodotti di investimento più sofisticati, dovrebbe spingere verso l’adozione di gestioni multicomparto. Dopo il Fondodentisti, creato direttamente con questa caratteristica, si è trasformato in multicomparto il Fonchim, il fondo dei lavoratori chimici secondo per dimensioni mentre il consiglio di amministrazione di Cometa, il maggior fondo italiano, proporrà il passaggio a multicomparto per il 2004.
Per Benetti di ING, "Il multicomparto è un punto indispensabile perché la competizione tra strumenti previdenziale deve avvenire sul piano della qualità." Ma non manca qualche perplessità: "Con il monocomparto l’obiettivo di rendimento è in capo al board del fondo che definisce le linee guida di investimento; con il multicomparto, che impone peraltro molto lavoro dal punto di vista amministrativo, il board si priva della funzione obiettivo e la affida di fatto al sottoscrittore. Siamo sicuri che tutti gli aderenti siano in grado di scegliere consapevolmente e in maniera corretta?"
Il rischio paventato è quello di ritrovarsi con linee che vengono abbandonate dagli iscritti, rendendo la vita difficile ai gestori, o con movimenti di migrazione dettati da mode e dalle performance degli ultimi mesi, secondo un copione già visto con i fondi comuni d’investimento.






RAPPORTO
lunedi 10 Febbraio 2003

Previdenza integrativa

pag. 51


Siamo finiti nel mirino della Ue


FABIO CALENDA


A dieci anni dal decreto legislativo n.1 del 21/4/ 93, volto a disciplinare la previdenza complementare, questa stenta ancora a decollare. Mancanza di cultura, incentivi insufficienti, concorrenza di prodotti più appetibili? Ne parliamo con Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, che a partire da giugno assumerà anche la presidenza dell’Association Européenne des Istitutions Paritaires (Aeip), organismo accreditato presso il governo ed il parlamento europeo.
«La previdenza complementare va inquadrata in un mercato del lavoro più ampio spiega Corbello non sono infrequenti i casi in cui possono verificarsi distorsioni: ad esempio, quello di un lavoratore italiano che si trasferisce all’estero e fa confluire la propria posizione in essere (già tassata in fase di capitalizzazione) su un fondo europeo dove in genere è prevista l’esenzione in tale fase a favore della tassazione nel momento della prestazione. In questo caso l’imposta sul montante finale coinvolgerebbe anche consistenze già tassate in Italia, determinando una doppia imposizione».
A ciò si aggiungono problemi di concorrenza che sono già divenuti scottanti a livello europeo. L’Italia infatti è nel mirino della Ue insieme a Francia, Spagna, Portogallo, Belgio e Danimarca (sono state aperte procedure di infrazione), in quanto l’accesso agli sgravi fiscali è limitato ai beneficiari che aderiscono a fondi previdenziali domestici. «Gli sgravi peraltro nel sistema italiano sono molto contenuti, soprattutto per gli individui a reddito medio alto, in quanto limitati dal tetto di poco più di cinquemila euro. Sarebbe opportuno aumentarli ragionevolmente, oltre che ad estenderli anche a fondi esteri. Tuttavia per dare effettivamente impulso alla previdenza complementare occorrerebbe eliminare il contributo a carico del fondo, in linea con le tendenze prevalenti in Europa». (f.ca.)