Previdenza integrativa 1 – Un decollo difficile: pochi incentivi, norme confuse

11/02/2003

1- Un decollo difficile: pochi incentivi, norme confuse

2- Tre opzioni per la pensione di scorta





RAPPORTO
Previdenza integrativa
lunedi 10 Febbraio 2003
pag. 47


Un decollo difficile: pochi incentivi, norme confuse
LA SITUAZIONE / IL MERCATO STENTA PERCHÉ I LAVORATORI ITALIANI NON SEMBRANO ATTRATTI DAI PRODOTTI CHE DOVREBBERO RIMPINGUARE LE MAGRE PENSIONI DEL FUTURO. IN EFFETTI GLI OSTACOLI ESISTONO

MARIANO MANGIA


La previdenza integrativa, cioè tutto ciò che servirà a rimpinguare la "magra" pensione che attenderà chi andrà in pensione nei prossimi anni, stenta a decollare e non sembra attirare più di tanto i lavoratori italiani. Per la verità non sembrano avere tutti i torti, è abbastanza difficile pensare al risparmio previdenziale quando il 33% della retribuzione di un lavoratore dipendente è già prelevato dall’Inps. In secondo luogo, gli attuali incentivi fiscali non appaiono sufficientemente allettanti per compensare la rigidità e i vincoli che la normativa ha posto al risparmio previdenziale, quali la prestazione erogabile solo al raggiungimento dell’età pensionabile e, soprattutto, sotto la forma prevalente di una rendita vitalizia e non di un capitale.
L’altro "deterrente" è rappresentato dalla mancanza di un quadro normativo chiaro: si è davanti ad una normativa oggetto continuamente di modifiche, proposte, riforme, voci. Una condizione che spinge a posporre le decisioni, in attesa di un chiarimento, di un assetto definitivo che però tarda a venire.
Quello che sarebbe auspicabile è piuttosto una revisione completa di tutti gli aspetti previdenziali invece di singoli tasselli o di interventi parziali. Compito gravoso e difficile perché, come spesso accade, la coperta previdenziale è corta e gli elementi da considerare sono tanti.
Strumenti individuali o collettivi. La distinzione tra secondo (fondi obbligazionari, all’estero spesso a partecipazione obbligatoria) e terzo pilastro previdenziale (piani previdenziali individuali) sarà forse accademica, ma è opportuno far notare che in Italia, come sottolineato in un lavoro di Elsa Fornero e Carolina Fugazza del Cerp, non esiste un’effettiva distinzione, in termini di carattere volontario dell’adesione, modalità di funzionamento e di trattamento fiscale, tra forme previdenziali collettive e individuali e per entrambe mancano elementi espliciti di solidarietà. Va notato, poi, che, mentre attualmente i lavoratori dipendenti sono spinti all’adesione soprattutto verso forme collettive per i vincoli posti all’utilizzo del Tfr, il disegno di legge delega di riforma delle pensioni prevede la rimozione dei vincoli esistenti nel caso di passaggio da un fondo negoziale a un fondo aperto, rafforzando il concetto di un unico pilastro indistinto.
Qui occorre decidere chi "riscaldare" con la coperta previdenziale: si vuol spingere con decisione nella direzione dei fondi pensione negoziali o si vuol lasciare tutto lo spazio agli strumenti individuali, come i fondi pensione aperti e le polizze previdenziali? Non sarebbe più opportuno adottare una netta distinzione, soprattutto fiscale, tra secondo e terzo pilastro, tra strumenti che nascono dagli accordi azienda/lavoratori e strumenti che sono promossi e distribuiti da intermediari finanziari? Magari ricordando alcuni indubbi vantaggi e peculiarità dei fondi di tipo negoziale, quali la presenza di organizzazioni sindacali negli organi di amministrazione e controllo, che si traduce in una guida e in un maggiore supporto ai lavoratori nelle scelte e nel controllo degli investimenti, una governance affidata a organi elettivi, e la netta separazione dei ruoli tra promotori dei fondi, gestori degli investimenti, depositari dei patrimoni, separazione che limita fortemente i rischi di potenziali conflitti di interesse.
L’utilizzo del Tfr. L’altro argomento, oggetto di gran dibattito, è l’utilizzo del trattamento di fine rapporto per alimentare i piani previdenziali integrativi. Senza l’utilizzo del Tfr, si dice, non ci sarà mai il decollo pieno della previdenza integrativa. Ma con l’utilizzo del Tfr la "coperta" mostra tutti i suoi limiti.
Dal punto di vista delle aziende si sottrae una fonte di finanziamento di notevole entità, non facilmente sostituibile con altri mezzi, soprattutto nel caso di aziende mediopiccole. Secondo le stime del Cerp (OstellinoFornero) elaborate nel 2000, il costo annuo per le imprese, ipotizzando un maggior costo dei finanziamenti sostitutivi nella misura del 3 per cento, si aggirava sui 6.600 miliardi di lire.
Ma il Tfr, così com’è, piace molto agli italiani: è il gruzzolo che ci si ritrova al momento del pensionamento, da poter utilizzare a piacimento, non necessariamente per fini pensionistici, pagando, ad esempio, la seconda casa, l’appartamento per i figli, una vacanza vera e così via. E’ anche un serbatoio di liquidità, cui attingere in caso di necessità improvvise (spese mediche) o per finanziare l’acquisto della prima casa.
Queste funzioni di riserva di liquidità e di "capitale differito" spiegano la riluttanza di molti lavoratori a dirottare gli attuali accantonamenti di trattamento fine rapporto in forme vincolate di previdenza complementare.
Ma il Tfr assolve anche a una funzione di ammortizzatore sociale: la liquidazione percepita in caso di perdita del posto di lavoro può funzionare come una sorta di indennità di disoccupazione, finché non si ritrova lavoro. Anche in questo caso, dunque, la coperta è corta: se il Tfr finisce per alimentare la previdenza integrativa sarà necessario predisporre quegli ammortizzatori sociali che negli altri paesi europei assorbono qualcosa come il 2% del prodotto interno lordo.
L’utilizzo del Tfr per finanziare la previdenza complementare pone anche un altro problema, legato alla sua completa esposizione al rischio finanziario, argomento particolarmente sentito da parte sindacale. Il Tfr che resta in azienda, infatti, non risente degli andamenti dei mercati finanziari e offre, anzi, una garanzia parziale di rendimento reale (il tasso che matura sugli accantonamenti è infatti pari al 75% della variazione dei prezzi al consumo sommato ad un rendimento dell’uno e mezzo per cento), garanzia che al momento non è prevista, neanche normativamente, per i fondi di tipo negoziale e che si può ritrovare, in termini di un rendimento minimo nominale, ma non reale, in alcuni fondi pensione aperti o polizze previdenziali.







RAPPORTO
lunedi 10 Febbraio 2003

Previdenza integrativa

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il mercato

Tre opzioni per la pensione di scorta



I fondi pensione negoziali, quelli cioè promossi da aziende e lavoratori, sono passati dai 41 di fine 2001 ai 44 di novembre 2002. Sul numero di iscritti mancano ancora dati ufficiali completi per l’anno appena concluso, ma a settembre 2002 erano 1.058.245 i lavoratori che avevano aderito, con un incremento del 4,75 per cento rispetto al dicembre 2001. Meno confortante il tasso di adesione a questi strumenti. Considerando sia i fondi negoziali autorizzati all’esercizio dell’attività , sia quelli autorizzati alla sola raccolta delle adesioni, il numero di iscritti rappresenta meno del 10 per cento dei potenziali utenti, valore che passa al 16,1 per cento (contro un 15,4 per cento) se l’analisi è limitata ai soli lavoratori dipendenti.
Per i fondi pensione aperti è in atto addirittura una contrazione nel numero di fondi, passati dai 102 di fine 2001 ai 95 del novembre 2002. Gli iscritti, in compenso, hanno superato le 319.000 unità, con un incremento dell’11 per cento rispetto al 2001 e la raccolta di contributi nei primi nove mesi è stata pari a 245 milioni di euro. In termini di attivo gestito, sono sempre le banche a dominare il mercato: a settembre 2002 ai primi cinque posti si incontrano quattro banche (Intesa, Arca, Montepaschi e Sanpaolo Imi) e una joint venture assicurativobancaria con Generali e Banca Intesa.
I piani individuali pensionistici attuati tramite polizze assicurative (PIP o FIP) hanno raggiunto un numero di iscritti pari a 320.000 unità, superando così i fondi pensione aperti, con una raccolta nei nove mesi di circa 325 milioni di euro.
Complessivamente la raccolta dei diversi strumenti previdenziali operativi è stata pari a 1.500 milioni di euro in 9 mesi. A titolo comparativo va osservato che nello stesso periodo, i fondi comuni di diritto italiano hanno registrato una raccolta netta negativa per 8,2 miliardi di euro.
La prolungata crisi dei mercati finanziari non ha certo contribuito a migliorare le cose e, naturalmente, non solo per il nostro paese. Secondo la società di consulenza Watson Wyatt nel 2002 la quota di risparmio mondiale destinata alle pensioni è diminuita di 1.400 miliardi di dollari, una cifra pari quasi all’intero Pil italiano e l’attivo dei fondi pensione si è ridotto dell’11 per cento raggiungendo i 10.800 miliardi di dollari.
(ma.ma.)