Previdenza, il governo impone la sua riforma

14/05/2004


  Sindacale


14.05.2004

Previdenza, il governo impone la sua riforma

di Nedo Canetti


Tempi contingentati e fiducia. È con questa tenaglia sul Parlamento che ieri governo e maggioranza hanno varato al Senato, dopo due anni, il disegno di legge delega di (contro)riforma delle pensioni. Dibattito strozzato, emendamenti tutti decaduti, testo bloccato. Si è impedito ai senatori dell’opposizione di avanzare le loro proposte, ma stessa sorte hanno subito anche quelli della maggioranza che pure qualche idea di modifica l’avevano avanzata. 153 i voti a favore della fiducia, 88 i contrari.

Soddisfatto il ministro del Welfare, Roberto Maroni, che ha portata a casa questo primo risultato (il testo deve però ora passare ancora al vaglio della Camera). Soddisfatto, ma anche arrogante. «Oggi la riforma è approvata – ha affermato – ora il sindacato faccia come crede». Arriva subito la risposta.

Non solo di rinnovata, dura critica al testo, ma anche di immediata mobilitazione. «Si tratta di un atto arrogante – ha insistito Guglielmo Epifani a Chianciano per l’assemblea dei quadri e dei delegati della Cgil – per far passare una pseudo riforma nella quale non c’è un solo contenuto riformatore, né una logica plausibile che non sia quella riconducibile ai vincoli di bilancio e all’esigenza di ridurre le spesa». Il sindacato, annuncia Epifani, è pronto ad affilare nuovamente le armi come per lo sciopero del 26 marzo. «Sarà lotta e lotta dura – gli fa eco il segretario della Cisl, Savino Pezzotta – contro un metodo sbagliato e soprattutto contro una legge sbagliata». Per il segretario dell’Uil, Luigi Angeletti, «la fiducia è insieme manifestazione di arroganza e di debolezza».

Pur costretta in limiti di tempo risicati e con l’usbergo della fiducia, l’opposizione ha sviluppato per l’intera seduta di ieri a Palazzo Madama una serrata critica al metodo e al merito con i quali governo e maggioranza portavano a conclusione il dibattito. Sono stati quasi esclusivamente i senatori del centrosinistra ad intervenire. «Questa legge voluta, a tutti i costi dal governo – ha sottolineato il capogruppo ds, Gavino Angius, annunciando non solo il voto contrario, ma anche che con il ritorno del centrosinistra al governo, questa (contro)riforma sarà cancellata – colpisce duramente i pensionati di domani. La riforma non è urgente, ma la destra l’ha voluta per crearsi un alibi con l’Ue che chiede conto della nostra stabilità finanziaria». «Una legge iniqua – ha aggiunto – particolarmente ingiusta nei confronti dei giovani: innalza bruscamente l’età pensionabile, chiede di lavorare di più, promettendo in cambio una pensione minore e proprio per i giovani, contrariamente a tutte le affermazioni di ministri e sottosegretari, prevede una sola cosa, che non avranno la pensione garantita oggi ai loro padri». Come ormai capita sempre più sovente, la fiducia è stata adoperata come arma contro la stessa maggioranza.

Infatti, ricorda il capogruppo ds in commissione Lavoro, Giovanni Battafarano, da parte dell’opposizione non c’è stato alcun ostruzionismo. «Se mai – nota – si può parlare di ostruzionismo del governo, che ha cambiato più volte opinione; ha cambiato tre volte il testo; ha detto una cosa e poi ne ha fatto un’altra: se il testo è stato blindato è perché il governo non si fida della sua maggioranza».

«Ancora una volta Maroni parla a sproposito e fa un autogol, l’ennesimo: paragonare la situazione attuale a quella del 1992, crollo della lira e rischio di default finanziario per il nostro paese, vuol dire confessare che la situazione della finanza pubblica italiana è oggi al collasso». Così il responsabile del Dipartimento economico della Cgil, Beniamino Lapadula, ha replicato alle affermazioni del ministro del welfare, secondo il quale non ci fu mobilitazione contro la riforma delle pensioni del governo Amato. «La fiducia sulle pensioni serve, quindi, per tranquillizzare Bruxelles e i mercati finanziari. Maroni in questo modo ha confessato il fallimento di tre anni di politica economica del governo».

È infatti la prima volta che un governo vara una riforma di così importante impatto sociale senza un accordo con i sindacati, anzi con il loro netto dissenso; che anticipa senza motivo la verifica del 2005, prevista dalla Dini e che non è motivata in alcun modo dall’esigenza di equilibrare i conti previdenziali.