“Previdenza 5″ «Appellarsi a Bruxelles è una scorciatoia»

05/11/2002



4 novembre 2002



INTERVISTA
L’ex ministro di Dini ha un rammarico: non aver fatto di più nel ’97. Ad esempio: estendere il contributivo

«Appellarsi a Bruxelles è una scorciatoia»

Per Tiziano Treu ci vogliono subito aggiustamenti, ma il governo non può agire perché manca il consenso

      Non possiamo aspettare l’Europa, dobbiamo intervenire subito. Da Bruxelles può venire una spinta, ma siamo noi che dobbiamo prenderci la responsabilità di decidere». Parola di Tiziano Treu, che nel ’95, come ministro del Lavoro, fu il vero autore della riforma delle pensioni che ha preso il nome dell’allora presidente del Consiglio, Lamberto Dini. «Certo, è bene che l’Europa dia le linee guida, ma che questa richiesta venga da Silvio Berlusconi è poco credibile».
      Perché?
      «Perché il presidente del Consiglio più che un europeista è un opportunista dell’Europa. Si appella a Bruxelles solo quando gli fa comodo».
      E sarebbe questo il caso?
      «Certo, perché questo governo non è nelle condizioni di fare la riforma delle pensioni. Operazioni come quella che noi facemmo nel 1995 richiedono un grado straordinario di fiducia e di consenso nel Paese. Allora c’era la concertazione, adesso c’è un clima di conflitto. Guardi quello che è successo sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dedicato alle norme sui licenziamenti, e si figuri se possono mettere mano alle pensioni».
      Lei ha detto che bisogna intervenire subito. Condivide quindi il giudizio prevalente sulla riforma del ’95: utile, ma insufficiente.
      «Quella fu una riforma strutturale della quale vado ancora più orgoglioso che della riforma del mercato del lavoro che pure porta il mio nome («pacchetto Treu», ndr.) . È stato raggiunto l’obiettivo di stabilizzare la spesa attorno al 13,5 per cento del Pil. Ma in prospettiva l’invecchiamento demografico causerà una gobba della spesa, che secondo le stime ufficiali potrà sfiorare il 16 per cento. In realtà, le cose potrebbero andare peggio».
      Perché?
      «Perché tutte le stime ufficiali, non solo quelle italiane, sottostimano le prospettive di invecchiamento e perché il tasso di occupazione non sta crescendo secondo l’obiettivo di Lisbona: 70 per cento entro il 2010. L’Italia è lontana da questo risultato. Quindi, bisogna intervenire».
      Come si dovrebbe agire?
      «Ci vogliono subito alcuni aggiustamenti. E poi si può pensare a una nuova riforma strutturale».
      Partiamo dagli aggiustamenti.
      «La prima cosa da fare è incentivare l’aumento di fatto dell’età pensionabile, come ha suggerito lo stesso vertice europeo di Barcellona. Rendere cioè conveniente la permanenza al lavoro di chi ha raggiunto i requisiti per la pensione. Gli sgravi contributivi previsti nella legge delega presentata da questo governo non sono sufficienti. Inoltre, accanto agli incentivi ci vogliono disincentivi per chi non ritarda il pensionamento».
      Di che tipo?
      «Basterebbe estendere a tutti con il sistema del pro-rata, esclusi cioè i contributi già versati, il metodo di calcolo contributivo introdotto nel ’95. Questo criterio premia chi va in pensione più tardi e punisce chi ci va prima, perché l’importo della pensione è legato ai versamenti effettuati. I risparmi sulla spesa previdenziale sarebbero limitati nei primi anni, ma poi diventerebbero consistenti. Inoltre, si può considerare un aumento di due tre anni della fascia di età pensionabile che, nel contributivo comincia a 57 anni. Infine, bisogna lanciare la previdenza integrativa perché, dopo le riforme, la pensione pubblica sarà molto più leggera, in media sarà attorno al 50 per cento della retribuzione».
      Ma anche il rilancio della previdenza integrativa è previsto nella delega che il governo ha presentato al Parlamento.
      «In maniera sbagliata, perché si obbliga il lavoratore a trasferire il Tfr, il trattamento di fine rapporto, ai fondi. Invece la previdenza integrativa deve restare volontaria e bisogna creare le condizioni perché sia conveniente. Quello che propone il governo è tipico di chi fa la voce grossa perché non sa trovare gli strumenti adeguati».
      Veniamo alla nuova riforma strutturale.
      «Ci vorrebbe un sistema su tre pilastri. Il primo costituito da una pensione di base, diciamo un milione di vecchie lire, finanziato dalla fiscalità generale, il secondo costruito con i versamenti, che dovrebbero essere uguali per tutti i lavoratori e più bassi di ora, diciamo intorno al 15 per cento, il che favorirebbe anche le assunzioni. Infine, il terzo pilastro attraverso la previdenza integrativa. Per fare una riforma così bisogna però creare le condizioni politiche e di consenso. Non è un discorso di oggi».
      Ma voi, nel ’95, non potevate fare qualcosa di più?
      «Me lo sono chiesto tante volte. Forse non nel ’95, ma nel ’97 sì, quando il governo Prodi era al suo massimo. Avremmo potuto estendere a tutti il metodo di calcolo contributivo».
Enr. Ma.