“Previdenza 4″ «I tempi stringono, tutta l’Europa invecchia»

05/11/2002



4 novembre 2002

«I tempi stringono, tutta l’Europa invecchia»

Per Renato Brunetta, «ambasciatore» di Berlusconi per il welfare, i risparmi della riforma vanno destinati ai nuovi ammortizzatori sociali

      Renato Brunetta è convinto che per fare la riforma delle pensioni non resti che «un anno, forse un anno e mezzo» di tempo. E questo, è la tesi dell’economista europarlamentare di Forza Italia, perché va fatta «prima che parta il ciclo elettorale: a giugno 2004 ci sono le europee, nel 2005 le regionali e nel 2006 le politiche». Ma soprattutto, come Silvio Berlusconi, crede che il segreto per riuscire nella difficilissima impresa si trovi a Bruxelles. Ed è proprio a lui che il premier si affida per portare avanti il suo piano. Questo l’obiettivo: «La riforma dovrà essere impostata in sintonia con l’Europa prima o durante il semestre italiano di presidenza».
      Perché tirare in ballo Bruxelles?
      «Perché il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione è comune, il cambiamento strutturale del mercato del lavoro è comune, il bisogno di nuove regole per una nuova coesione sociale è comune. Pensi che cosa potrà produrre l’allargamento a Est in termini di dumping sociale senza convergenze. Moneta unica e patto di stabilità ci obbligano a sincronizzare mercato del lavoro e regole del welfare».
      Dica la verità: Berlusconi vuole che la riforma delle pensioni ce la imponga Bruxelles perché non ha la forza per farla digerire alla Lega Nord.
      «Oggi nessun Paese riuscirebbe a fare la riforma da solo per contrasti e vincoli legati ai rispettivi sistemi economici e sociali».
      Allude a quello che è successo in Germania?
      «Alludo alla Germania, alla Francia, alla Spagna e naturalmente all’Italia: praticamente tutti i grandi Paesi, quelli che altresì hanno problemi anche sul mercato del lavoro e che stanno risolvendo».
      Grazie anche all’Europa.
      «Certamente. L’Europa si è posta il problema del mercato del lavoro da una decina d’anni con il cosiddetto processo di Lussemburgo. In seguito a quell’accordo si stanno realizzando nel continente mercati del lavoro convergenti per raggiungere i grandi obiettivi successivamente fissati con i vertici di Lisbona e Barcellona. Il problema è che un analogo processo non è in atto nel welfare pensionistico, con uno sfasamento evidente».
      Sfasamento?
      «Mercato del lavoro e welfare sono due facce della stessa medaglia. Se il mercato del lavoro, come sta accadendo, evolve in direzione della flessibilità, il welfare non può rimanere ossificato».
      Perché le due cose dovrebbero essere collegate?
      «Lo sono nei fatti. Un conto è avere un sistema di tipo fordista, in base al quale i lavoratori hanno tutti il posto fisso, iniziano a lavorare a 18 anni e finiscono tardi, garantendo così una bella massa contributiva con la quale pagare le pensioni. Altro conto è avere un sistema nel quale aumentano atipicità, part time, flessibilità, nel quale c’è un’età ritardata d’ingresso, una maggiore leggerezza contributiva, perché il lavoro intermittente è destinato ad affermarsi, e quindi una minore capacità di pagare le pensioni. Va da sé che se mercato del lavoro e meccanismi previdenziali sono sfasati succedono disastri».
      Come pensa che si possano evitare?
      «Quello che c’è da fare oggi in Europa è quanto meno mettere in piedi per la previdenza lo stesso meccanismo avviato per il mercato del lavoro a Lussemburgo. La riforma europea delle pensioni deve realizzarsi quanto prima con la massima intensità possibile. Siamo già in ritardo».
      Ma quale riforma è davvero praticabile?
      «Quella del bastone e della carota. Penso a un sistema di incentivi a restare al lavoro affiancato da un sistema di disincentivi a uscire. Gli incentivi da soli non funzionano».
      Sta dicendo che la legge delega sulla previdenza messa a punto dal governo, che prevede appunto gli incentivi, non funzionerà?
      «E’ insufficiente. Perché funzioni deve produrre un risparmio consistente per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali. La mia opinione è che la riforma delle pensioni deve servire a spostare risorse rilevanti dal capitolo della previdenza, che oggi assorbe i due terzi della spesa per il welfare, alle politiche attive per il sostegno a un mercato del lavoro sempre più flessibile. Posso fare una provocazione?»
      Quale?
      «Tutto quello che si risparmia sulle pensioni, fino all’ultima lira, non venga impiegato per ridurre la spesa pubblica, ma si dia ai lavoratori attivi e ai disoccupati. Ci sta il sindacato a una cosa del genere?»
      Veramente loro hanno sempre detto che non accetteranno tagli alla spesa pensionistica.
      «Li capisco fino a un certo punto. All’interno della spesa complessiva per il welfare, che in rapporto al Prodotto interno lordo non deve variare, si deve operare una grande redistribuzione: togliere alle pensioni di anzianità per dare agli ammortizzatori sociali. Non c’è altra scelta».
      Ne è proprio convinto?
      «Fausto Bertinotti dice che lo scontro sull’articolo 18 è il segnale di questa discrasia: il mercato del lavoro sta cambiando nei fatti ma non stanno cambiando le garanzie. Lo trovo convincente. La gente si sente più precaria, meno protetta, più esposta. Mentre c’è chi continua ad andare in pensione a poco più di cinquant’anni».
      Sembra di sentire il discorso che faceva Massimo D’Alema: togliere ai padri per dare ai figli. Non è così?
      «In una certa misura. Credo pure che il sindacato abbia una grande responsabilità a non aver voluto accettare questa sfida».
      In questo almeno non ci sono buoni e cattivi: Cgil, Cisl e Uil sono sempre stati d’accordo.
      «Parlo di tutto il sindacato».
      L’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa dove le donne vanno in pensione prima degli uomini. Ha ancora senso?
      «Questa era la cattiva coscienza di una società maschilista e industrialista che sfruttava la donna in tutti i modi e per salvarsi l’anima la faceva andare in pensione cinque anni prima. Aumentando così la discriminazione».
Sergio Rizzo