Previdenza 4-Consenso nemico del tempo (T.Boeri)

28/07/2003




        Lunedí 28 Luglio 2003
        Consenso nemico del tempo
        di TITO BOERI

        Fiumi di inchiostro sono stati sparsi nello spiegare

        i problemi del sistema pensionistico ereditato dal passato e tuttora in vigore per le generazioni che stanno andando in pensione (metodo retributivo) e i vantaggi del sistema introdotto con la riforma
        Dini (metodo contributivo) di cui si celebra in questi
        giorni l’ottavo compleanno.
        Sorprendentemente, assai poco si è scritto sui pro e contro di una lunga transizione da un sistema all’altro. Quasi che la lunghezza della fase di passaggio dal vecchio al nuovo regime previdenziale fosse un dato, qualcosa di tutto sommato irrilevante per il decisore politico. La durata della transizione è, invece, una variabile cruciale, su cui il decisore ha un discreto margine di manovra. Basti pensare che in Svezia, dove è stato adottato nel 1998 un sistema pensionistico molto simile a quello introdotto nel nostro Paese, i tempi della transizione al nuovo sistema sono nettamente più brevi.
        La riforma svedese ha cambiato le regole in corso d’opera per tutti i lavoratori nati dopo il 1953 (dunque con non più di 44 anni all’epoca della riforma) e ha lasciato tutto come prima solo per i lavoratori nati prima del 1938 (con più di 60 anni), introducendo praticamente pro-rata le nuove regole per le generazioni intermedie. Da noi, come è noto, sono stati mantenuti interamente sotto le vecchie regole i lavoratori che, all’epoca della riforma, avevano anzianità contributive almeno uguali a 18 anni e sono stati soggetti al nuovo sistema, ma solo pro-rata, i lavoratori con anzianità contributive inferiori. Dunque in Svezia, l’esenzione totale dalle nuove regole ha interessato circa il 7% degli occupati mentre da noi addirittura il 40%, col risultato che nel 2005 il 95% dei pensionati sarà interamente sotto il vecchio regime e che ancora nel 2050 vi sarà un 5% di pensionati interamente sotto il metodo retributivo. La transizione al nuovo sistema dovrebbe completarsi attorno al 2065, vale a dire ben 70 anni dopo la riforma. Le ragioni della scelta di una transizione così lunga sono ascrivibili alla ricerca di consenso politico. La riforma tentata da Berlusconi nel 1994 era fallita anche perché era stata concepita in modo tale da imporre sacrifici a tutte le generazioni. Nel 1995 forse si commise l’errore opposto, concentrando gli interventi sui lavoratori più giovani, politicamente meno rappresentati e, soprattutto su coloro che a quell’epoca non erano ancora entrati nel mondo lavoro. Una riforma meno timida nella scelta della durata della transizione – che avesse ad esempio introdotto le nuove norme pro rata per tutti (tranne gli ultrasessantenni, come in Svezia) – avrebbe reso inutili gli aggiustamenti successivi. Come discusso da Nicola Sartor su www.lavoce.info, la lunghissima transizione allora concepita ha concesso un bonus di circa 12mila euro a ciascun individuo delle coorti che avevano allora appena superato la soglia dei 18 anni di contributi, pari a circa il 15% dei trasferimenti che otterrà per il resto della sua vita.
        Ma la riforma Dini prevedeva verifiche periodiche dello stato di attuazione della riforma e, dunque, offriva l’appiglio a interventi successivi che avessero accelerato la riforma. Queste sono ancora politicamente fattibili (ma resta poco tempo), perché concentrate su di un numero ristretto di generazioni, e avevano già incontrato, durante la passata legislatura aperture importanti da parte del sindacato maggiormente rappresentativo. In occasione della verifica del 2001 sarebbe stato possibile richiamarsi a queste aperture. Si è invece scelto una strada diversa, concentrando l’azione di Governo su altri terreni, come la riforma, poi anch’essa abbandonata, dell’articolo 18.
        Ci ritroviamo così con questa lunga transizione, che ci impone, tra le altre cose, una intollerabile incertezza. Secondo i sondaggi Demoskopea, di cui ha dato conto sistematicamente Il Sole-24 Ore, tre italiani su quattro sono convinti che una ulteriore riforma si renderà necessaria nei prossimi 10-15 anni. Siccome l’elettore mediano (quello preso come riferimento nelle piattaforme elettorali) sta invecchiando rapidamente, molti giovani realisticamente pensano che saranno loro, una volta di più, a dover pagare la bolletta. E allora tanto meglio star fuori dal sistema pensionistico pubblico e rinviare piani di spesa.
        Dietro alla creazione di tanti lavori in cui vengono pagati bassi contributi previdenziali potrebbe esserci non solo un tentativo di abbassare il costo del lavoro, ma anche una spinta dei giovani lavoratori a stare lontano dall’Inps. In ogni caso l’incertezza è sempre nemica di consumi e investimenti. Bene dunque sciogliere l’indugio e completare al più presto la riforma Dini. Cui auguriamo una lunga vita, ma anche una molto più rapida attuazione.