“Previdenza 3″ l’Orso manda i Fondi in letargo

05/11/2002








4 novembre 2002
MERCATI La crisi incide negativamente sulla previdenza integrativa che rischia di affondare prima ancora di decollare

E l’Orso manda i Fondi in letargo

Da gennaio le casse di categoria perdono il 7% mentre il Tfr ha reso il 2,7%. «Aperti» in rosso dell’11%

      L a campana non suona solo per le pensioni targate Inps. Anche la previdenza privata annaspa sotto le zampate dell’Orso. Nel 2001 solo un prodotto previdenziale su 4 ha fatto meglio del Tfr, il trattamento di fine rapporto. E i primi bilanci del 2002 fanno pensare che questo record negativo possa essere addirittura battuto. Nei primi nove mesi dell’anno, i fondi pensione chiusi (riservati ai dipendenti di un’azienda o a un’intera categoria) hanno segnato in media un rendimento negativo del 7,2%, rispetto al »2,67% offerto dalla rivalutazione del Tfr. Negative le performance dei colossi come il -9,7% di Fopen (gruppo Enel), il -3,6 di Cometa e il -5,8% di Fonchim, rivolti rispettivamente a metalmeccanici e chimici.
      Risultati ancora più pesanti per la grande maggioranza degli aperti, promossi direttamente da assicurazioni, banche, Sim e Società di gestione del risparmio e destinati a lavoratori autonomi e professionisti. Gli aperti, del resto, hanno una quota più elevata di azioni. Nei primi nove mesi del 2002 le linee azionarie e bilanciate hanno offerto un rendimento medio negativo dell’11,3% (con punte che sfiorano il meno 30%), le obbligazionarie e monetarie del »2,4%.
      Certo, il quadro cambia se si considera un orizzonte temporale maggiore, sicuramente più adatto per valutare una scelta di lungo periodo come quella previdenziale. Fra il 1999 e il 2001 i fondi chiusi hanno offerto un rendimento medio del 14,5%, oltre cinque in più rispetto al 9,3% del Tfr. Quanto agli aperti, fra il settembre di quest’anno e lo stesso mese del 1999 il rendimento medio va dal -2,5% delle linee più aggressive al 12% di quelle obbligazionarie e monetarie.
      In ogni caso, restano le preoccupazioni di chi si affida ai fondi pensione per assicurarsi un futuro più sereno. Le casse previdenziali, del resto, offrono una protezione molto ridotta contro il rischio finanziario: le garanzie di rendimento minimo annuo o di restituzione del capitale esistono solo nei fondi aperti, e comunque si applicano soltanto in determinati casi. «La stragrande maggioranza dei fondi – spiega Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza – funzionano secondo il sistema a contribuzione definita: l’importo dei versamenti è fisso, mentre la prestazione a scadenza varia a seconda dei risultati della gestione finanziaria e quindi non può essere stabilita a priori». I fondi scontano naturalmente l’attuale fase di difficoltà dei mercati. «I timori – aggiunge Corbello – dovrebbero essere minori per gli iscritti agli aperti, che offrono l’opzione fra varie linee d’investimento: se la scelta è stata fatta in maniera corretta rispetto al proprio orizzonte temporale, l’attuale momento di difficoltà non dovrebbe destare preoccupazioni».
      Il discorso è senza dubbio più delicato per i chiusi, che nella maggior parte dei casi sono monocomparto, offrono in pratica una sola linea d’investimento, con risultati uguali per tutti gli iscritti, e senza garanzie di rendimento: in questo caso un’eventuale performance negativa colpisce anche coloro che sono vicini al pensionamento.
      «E’ importante che, malgrado l’attuale fase di mercato – sottolinea Corbello – i chiusi passino al multicomparto, eventualmente anche mediante l’offerta di linee garantite. Il tutto nella massima trasparenza sulle caratteristiche e i costi degli eventuali meccanismi di protezione. Un problema aperto è quello dell’eventuale utilizzo degli hedge fund, visti naturalmente come strumenti difensivi e non in chiave speculativa».
      Vari fondi, del resto, stanno realizzando o hanno in programma il passaggio al multicomparto, soluzione adottata sin dalla partenza da Fondodentisti. Dal primo ottobre scorso, Solidarietà Veneto (destinato ai lavoratori delle industrie della regione), offre la scelta fra tre linee. All’inizio dell’anno prossimo una gamma analoga di comparti d’investimento caratterizzerà anche Fonchim dei chimici. Hanno in programma il multicomparto altre casse previdenziali, da Cometa dei metalmeccanici a Fondenergia (dipendenti gruppo Eni) e Fopen. Quattro dei fondi chiusi che stanno selezionando i gestori, inoltre, prevedono una gestione multicomparto.
      «Questa trasformazione è senza dubbio positiva – spiega Marcello Messori, presidente di Mefop, la società controllata dal ministero dell’Economia che ha il compito istituzionale di favorire lo sviluppo dei fondi pensione – perché consente di offrire soluzioni mirate alle esigenze di rischio e rendimento dei singoli. Esiste però il problema delicato di un’informazione adeguata degli aderenti: il fondo deve fornire tutti i supporti, senza per questo fare una vera e propria consulenza. L’utilizzo di strumenti per controllare il rischio finanziario è senza dubbio un problema aperto: sul tappeto, ma in una fase molto preliminare, vi è anche l’eventuale utilizzo di hedge fund, che in ogni caso richiede una modifica della normativa attuale».
      Alla fine del 2001, secondo la Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione), il patrimonio dei chiusi era investito per il 6% in depositi, il 73% in titoli di Stato e obbligazioni, il 18% in azioni (una percentuale molto più bassa di quella di altri paesi europei). In base a una simulazione condotta dalla stessa Covip, se negli ultimi venti anni i chiusi avessero mantenuto per l’intero periodo l’asset allocation attuale, avrebbero registrato un rendimento annuo del 13,5% contro un’inflazione del 5,6% e una rivalutazione del Tfr del 5,7% annuo.
Roberto E. Bagnoli