Previdenza 3-Europei più vecchi e più poveri

28/07/2003

      lunedì 28 luglio 2003

      All’estero / Dal 1960 al 2000 raddoppiata la spesa sul Pil
      Europei più vecchi e più poveri
      Ritarda anche in altri Paesi l’affiancamento di un secondo pilastro a quello pubblico
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      Il malato è gravissimo, ma non incurabile. In Europa il sistema pubblico di pensioni che sostanzialmente domina più o meno su tutto il continente potrà garantire ai
      pensionati del 2050 la metà di quanto garantisce oggi ai loro padri e nonni. E questo vorrebbe dire, per moltissimi anziani di metà secolo, una discesa sotto la soglia della
      povertà. Data la massa di pensionati presente a quel punto in un continente invecchiato, sarebbe un netto impoverimento di tutta l’area dell’Unione; già destinata a
      perdere fra il 2000 e il 2050 il 13% della popolazione. Meno europei, molto più anziani, con meno soldi.
      È dal Consiglio europeo di Lisbona (marzo 2000) che l’Unione europea cerca in materia di muoversi in modo possibilmente coordinato. I problemi sono sostanzialmente comuni, fatta parziale eccezione per quattro Paesi (Danimarca,
      Irlanda, Olanda e Regno Unito) che da tempo hanno affiancato al classico sistema
      pubblico a ripartizione diffuso in tutta Europa (chi lavora paga per gli anziani, e così
      è pure la Social Security degli Stati Uniti) uno o più sistemi, pubblici e privati, ad accumulazione. Di pensioni si è ancora occupato il Consiglio di Goeteborg nel 2001; ma in definitiva la riforma pensionistica rimane nel campo delle scelte nazionali. L’attenzione Ue al problema ha comunque prodotto, da Lisbona in poi, alcuni importanti studi e confronti mirati all’Europa; due prodotti dalla Commissione Ue, uno dalla Banca Mondiale e uno dall’Ocse, più un importante convegno europensionistico organizzato dalla Banca Mondiale e altri a Vienna nell’aprile 2001 e che mise a confronto situazione e riforme nei 15 della Ue più i 10 Paesi candidati più alcuni, sempre europei. Questi studi hanno fatto il punto su una letteratura pensionistica
      ormai, in Europa e negli Stati Uniti, sterminata.
      Situazione e confronti. I Paesi Ue spendono in media per le pensioni il 12% del Pil, con punte del 15% e oltre in Italia e Austria, i due più genersoi (insieme alla Polonia).
      Nell’ambito dello stesso sistema a ripartizione esistono differenze notevoli date dall’età del pensionamento, dal livello dei contributi, dal tasso di sostituzione, cioè dal
      rapporto pensione-salario, e molto altro ancora. Sono queste differenze che spiegano le diversità dei livelli di spesa, molto più che non le diverse situazioni demografiche,
      il numero cioè di ultrasessantacinquenni che comunque è passato mediamente fra il 1960 e il 2000 dall’11 al 16 per cento.
      Dal 1960 al 2000 la spesa media sul Pil è raddoppiata. E rimane altissima rispetto alla quota di Pil dedicata alla pensione pubblica da cinque altri Paesi Ocse, Australia, Canada, Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti, che spendevano nel 2000 circa il 5,3 per cento.
      Il dato cruciale, e più preoccupante, è che nella Ue secondo la Banca Mondiale, il 90% del reddito pensionistico degli anziani deriva dal sistema pubblico a ripartizione.
      Se a questo si aggiunge che per la grande maggioranza degli anziani in molti Paesi Ue la pensione pubblica è in assoluto la maggiore entrata, in assenza di significativi
      investimenti che peraltro molti non avrebbero comunque potuto fare, si capisce come il sistema sia al momento fragile. Negli Stati Uniti la Social Security rappresenta mediamente il 38% circa delle entrate (dati 2002), con un 18% aggiunto dalle pensioni private, un altro 18% da investimenti vari, un 18% da risparmi e un 23% da attività
      lavorative. E la Social Security, anche se vede all’orizzonte i conti definitivamente in rosso nel 2037, è al momento un modello di solidità rispetto ad esempio alla Germania, dove il prelievo del 20% circa sui salari (pagato a metà da dipendenti
      e imprese) copre ormai solo l’80% della spesa pensionistica pubblica; o all’Italia dove l’Inps, che fa figli e figliastri prelevando in modo equanime (il 32%, con la quota maggiore a carico delle imprese) e distribuendo in prospettiva molto meno ai giovani passati con il ’95 al calcolo contributivo molto più severo, prevede un 2003 in rosso
      per 757 milioni. Il sistema pubblico europeo ha al momento un "debito pensionistico", impegni di spesa cioè sulla base delle normative attuali al netto dei contributi presenti e futuri calcolati sempre in base alle regole di oggi, pari in molti casi a due o tre volte
      l’attuale debito pubblico nazionale, superiore al 100% del Pil in Germania e circa il
      doppio del Pil in Francia e Italia. Nel caso italiano le riforme del ’92 e ’95 hanno
      drasticamente ridotto il debito, portandolo da circa 6 a 3 milioni di miliardi di lire, a
      riprova di come sia severo in prospettiva il calo delle pensioni per i più giovani.
      Soluzioni. Le formule interne al sistema sono note, a parte l’ormai improponibile
      aumento dei contributi, a partire dall’età pensionabile, al numero di persone che lavorano. Quelle esterne, cruciali, sono il secondo pilastro (integrativa obbligatoria) e il terzo pilastro (integrativa volontaria privata). In definitiva, lavorare e risparmiare di
      più. La pensione pubblica a ripartizione infatti potrà solo pagare di meno. La Germania potrebbe forse, in autunno, con una riforma che si annuncia definitiva dopo quella parziale del 2001, segnare la rottura degli indugi per numerosi altri
      paesi. Che qualcosa hanno fatto, ma restano in mezzo al guado.

      MARIO MARGIOCCO