“Previdenza 2″ Corbello (Assoprevidenza): «Più informazione per i lavoratori»

11/01/2005


    sabato 8 gennaio 2005

    pagina 12


    L’associazione / Sergio Corbello, Assoprevidenza
    «Più informazione per i lavoratori»
    Secondo pilastro: la prestazione dovrà valere il 20 per cento dell’ultima paga

    L.OI.

    «In Italia abbiamo bisogno di una chiara informazione riguardo alla funzione della previdenza complementare. I lavoratori più giovani devono capire che, scegliendo di lasciare il Tfr in azienda, disporranno di una pensione inferiore al 50% del loro ultimo stipendio». Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, commenta le novità che sarano materia di discussione tra Governo e sindacati il 18 gennaio.

    Dottor Corbello, cosa succede se la riforma previdenziale consentisse al datore di lavoro di scegliere su quale fondo versare il Tfr dei lavoratori?

    La soluzione prospettata riguarda il Tfr «inoptato»: è un’ipotesi come un’altra, con pregi e difetti. Le imprese grandi e medie faranno naturalmente capo al fondo negoziale di riferimento. Nel caso delle piccole il problema di fatto non si porrà: il lavoratore sarà invogliato a lasciare il Tfr in azienda.


    Di certo non quello cui aspira il Governo con questa riforma..

    Direi proprio di no. Posto che l’obiettivo sia lo sviluppo diffuso della previdenza integrativa.


    Cosa pensa della formula del silenzio-assenso?

    Non è una soluzione lineare e di semplice applicazione. Se non si realizzerà un’informazione istituzionale efficace, il rischio è che il lavoratore non capisca quale sia la scelta giusta da compiere. Sarebbe stato probabilmente meglio adottare l’obbligatorietà del versamento del Tfr nei fondi, con esenzione dei lavoratori meno lontani dal traguardo pensionistico.


    Riguardo al fondo residuale dell’Inps: lo ritiene necessario?

    Non ne sentivamo di certo la mancanza: oltretutto è ancora un oggetto misterioso. A mio avviso dovrà comunque avere le caratteristiche di un fondo ordinario: banca depositaria, gestori finanziari professionali, portabilità delle posizioni individuali.


    In questo modo, però, avrebbe le stesse caratteristiche di un fondo negoziale. Che senso avrebbe?

    Se ne potrebbe fare a meno, anche perché, obiettivamente, c’è ormai il rischio di un certo affollamento di veicoli previdenziali, con relativa confusione e duplicazione. Inoltre, non bisogna pensare che essere presso un ente di base offra maggiore sicurezza al lavoratore. I fondi residuali entreranno a far parte di un sistema di strumenti tipici ormai consolidati in Italia per la loro affidabilità strutturale.


    Il lavoratore, comunque, vuole essere garantito anche dal lato dei rendimenti: il Tfr è in grado di fornire prestazioni previdenziali integrative sufficienti?

    Un sistema di previdenza complementare a contribuzione definita non garantisce risultati in senso stretto, ma nel lungo periodo c’è una più che ragionevole aspettativa di rendimento. Si calcola che su un orizzonte temporale di 35-40 anni ogni punto percentuale di contribuzione versato a un fondo darà un risultato del 2-2,5% dell’ultimo stipendio. Un obiettivo ragionevole è una prestazione complementare che valga il 20% dello stipendio finale: occorrerebbe quindi un apporto attorno al 10%. In questo senso il Tfr diventa una risorsa fondamentale visto che da solo vale il 7%. Partendo dall’utilizzo del Tfr si potrà arrivare, con un passo successivo non stravolgente, a un’adesione piena, innescando obblighi contributivi del lavoratore e del datore: sarà così possibile colmare lo spazio che manca per raggiungere i livelli contributivi necessari.