“Previdenza 2″ Ai giovani mancherà mezzo stipendio

05/11/2002



4 novembre 2002

Ai giovani mancherà mezzo stipendio

Per chi inizia a lavorare oggi la pensione coprirà circa il 50% del reddito. I paradossi del contributivo: più la carriera è brillante meno si incasserà

      F otografie di una crisi annunciata. A chi è giovane, ma anche a chi ha appena superato la metà del guado, la pensione pubblica non basterà più. La crudezza delle cifre non lascia spazio a speranze: i trentenni di oggi avranno una rendita che coprirà poco più del 50% dell’ultima retribuzione contro il 70% dei loro genitori. Le tabelle pubblicate qui sopra, elaborate dall’Irsa – l’Istituto per la ricerca e lo sviluppo delle assicurazioni che fa capo all’Ania, l’associazione delle compagnie di assicurazione – mettono a confronto pensione e ultima retribuzione di tre lavoratori tipo.

      IL TRENTENNE - Si trova nella situazione più delicata. Ma ha dalla sua, tutto il tempo per correre ai ripari. Avrà la pensione calcolata con il metodo contributivo. Un sistema che non solo porta a rendite più basse rispetto al criterio retributivo – quello che fa riferimento agli ultimi stipendi – ma penalizza in modo evidente chi avrà una carriera brillante.
      Il giovane, con cinque anni di lavoro alle spalle, uno stipendio di 23.000 euro e poche prospettive di miglioramenti salariali (aumenti di stipendio dell’1,5% all’anno) a 60 anni otterrà una pensione che copre appena il 56% dell’ultimo reddito. In termini monetari riceverà un assegno annuo di 20.266 euro contro una busta paga di 35.950. Se, però, avrà una crescita dei redditi piuttosto sostenuta (2,5% all’anno) riceverà dall’Inps una somma mensile spaventosamente più bassa: il 48% dell’ultima retribuzione. L’unico modo per ridurre le perdite è continuare a lavorare. A 65 anni la scopertura (cioè quanto manca alla pensione per pareggiare la retribuzione) si riduce al 23% (carriera piatta) e al 36% (carriera brillante). Il sistema contributivo, infatti, favorisce chi prolunga la permanenza al lavoro.
      La situazione, insomma, è critica, ma il trentenne ha dalla sua il fattore tempo. Con un’adeguata pianificazione finanziaria e previdenziale potrà puntare a una buona integrazione pensionistica. La rendita di scorta, però, costerà cara. Ipotizzando un rendimento del 4% annuo degli investimenti in un fondo pensione, per avere un’integrazione di 700 euro, quanto manca nell’ipotesi più realistica, il nostro trentenne dovrà investire 2.650 euro l’anno, poco più di 3 mila se donna.

      IL QUARANTENNE - E’ leggermente più fortunato del trentenne sul fronte della previdenza pubblica, ma nettamente svantaggiato quanto a strumenti a disposizione per salvare il bilancio familiare. Nella nostra elaborazione, infatti, si è ipotizzato che il lavoratore sia stato assunto per la prima volta a 25 anni e, quindi, avrà la pensione calcolata con il sistema misto: retributivo per l’anzianità maturata fino al 1995, contributivo dal 1996 in poi. Questo consente di ridurre un po’ le perdite rispetto al collega più giovane.
      Problematico invece, il ricorso a strumenti alternativi a meno che non si decida di scegliere un profilo particolarmente aggressivo. Ipotizzato un rendimento prudenziale dell’1,5% per avere una rendita di 700 euro bisognerà investire 5.800 euro l’anno, 6.600 se donna.

      IL CINQUANTENNE – Le penalizzazioni maggiori riguardano coloro che hanno stipendi elevati, superiori al tetto pensionabile. Per chi sta sotto questa soglia le perdite, soprattutto continuando a lavorare fino a 65 anni, sono contenute. Anche un’eventuale riforma non dovrebbe peggiorare la situazione.

Massimo Fracaro