“Previdenza 1″ Anno 2003, la pensione arriverà più tardi

05/11/2002




4 novembre 2002

Anno 2003, la pensione arriverà più tardi

I piani di Silvio Berlusconi per riuscire ad armonizzare, assieme ai partner, i sistemi dell’Unione. Partendo dall’età per arrivare…

      I l «piano europeo» di Silvio Berlusconi sulle pensioni è già partito da qualche settimana, il suo punto d’arrivo è fissato per la fine del 2003. Obiettivo: una riforma della previdenza «imposta» dall’Europa, più o meno come l’Europa ci ha imposto nella seconda metà degli anni ’90 il risanamento dei conti pubblici. Per fare questo il presidente del Consiglio si sta muovendo su più piani, da quello degli annunci sui mezzi d’informazione ai passi verso gli altri leader europei, dai sondaggi con sindacati e Confindustria all’iniziativa verso il Parlamento europeo. Qui il gruppo di Forza Italia sta preparando una risoluzione da far votare nella quale si chiede ai Paesi membri di «predisporre per tempo – dice la bozza – le misure di riforma necessarie», tra le quali «il posticipo dell’età effettiva di pensionamento».
      Berlusconi ha fatto la prima mossa ufficiale il 25 ottobre durante il vertice europeo di Bruxelles, quando ha annunciato agli altri capi di Stato e di governo dell’Unione che al summit di Copenaghen di dicembre riproporrà il tema dell’età pensionabile. Tema che è stato affrontato per la prima volta lo scorso marzo dal Consiglio europeo di Barcellona, che ha dato ai Paesi membri l’indirizzo di aumentare «l’età effettiva di pensionamento» di 5 anni entro il 2010 e ha chiesto agli stessi Paesi di predisporre un documento per illustrare le loro strategie in materia. I piani nazionali sono stati discussi a Bruxelles il 23 e 24 ottobre, subito dopo la Commissione europea si è messa a lavoro per presentare, entro la prossima primavera, quello che sarà il primo rapporto sulle pensioni in Europa. Un documento che dovrebbe descrivere la situazione e suggerire come migliorarla.
      Ma tutto finirà qui, a un livello tecnico, se non ci sarà un salto di qualità politico, un’assunzione di responsabilità dei capi di Stato e di governo europei affinché i Paesi membri facciano riforme omogenee e siano giudicati su questo. Ed è precisamente quello che vuole Berlusconi. Non solo: il nostro presidente del Consiglio lavora perché il salto di qualità avvenga durante il secondo semestre del 2003 quando all’Italia spetterà la presidenza di turno dell’Ue.
      L’operazione è difficile. La previdenza, infatti, è una di quelle materie che è fuori dai trattati europei. Gli Stati si sono riservati su questo la piena sovranità. Ma non è solo un problema giuridico. È che l’Europa delle pensioni non esiste. Non c’è alcuna armonizzazione tra le regole previdenziali vigenti nei 15 Paesi dell’Unione e neppure tra i 12 dell’euro (si veda il grafico qui sotto elaborato su informazioni raccolte dall’Ania).
      All’Italia spettano due primati: quello dell’aliquota di contribuzione che è tra le più alte (il 32,7%) per i dipendenti privati (autonomi e parasubordinati pagano meno della metà) e quello dell’«età legale» più bassa per andare in pensione anticipata: 57 anni per i dipendenti privati e 55 per i pubblici. Ma l’«età effettiva» (non tutti vanno in pensione d’anzianità) è di 59,4 anni, in linea con quella degli altri Paesi (perché in quasi tutti esistono scappatoie per lasciare prima del tempo).
      La giungla delle regole è tale che la Commissione europea cha creato il Missoc (Mutual information system on social protection), un sistema informativo che offre per ognuno dei 15 Stati membri un monitoraggio costante delle norme in vigore. Le comparazioni statistiche sono molto difficili. L’Italia, in ogni caso, è tra i Paesi che spende di più per pensioni in rapporto al Pil (13,5%).
      «Affrontare il problema a livello europeo è urgente – dice Giuliano Cazzola, che per il governo italiano ha preparato e poi illustrato a Bruxelles il nostro piano d’azione -. L’ingresso di 10 nuovi Paesi nell’Unione europea, previsto per il 2004, metterà gli attuali membri in più stretta competizione con Paesi dove il costo del lavoro è bassissimo anche a causa dei ridotti contributi per la previdenza. Sarà inevitabile affrontare il problema della graduale armonizzazione delle aliquote e, di conseguenza, delle regole di pensionamento».
      Berlusconi sa bene che i motivi per rimettere mano alle previdenza sono molti. Tra l’altro tenere la gente più a lungo al lavoro gli consentirebbe di aumentare il tasso di occupazione (l’Europa ha fissato l’obiettivo del 70% entro il 2010 ma l’Italia è ora al 55% contro una media Ue del 64%), ridurre la spesa e incrementare le entrate. Ma il Cavaliere ricorda ancora l’esperienza del ’94, quando sulla riforma delle pensioni il suo primo governo fu sconfitto dai sindacati e, poco dopo, cadde.
      Anche oggi, Cgil, Cisl e Uil, divise su tutto, sulla previdenza marciano compatte all’insegna del no a nuovi tagli. Su questa linea anche la Lega e il suo ministro del Lavoro, Roberto Maroni. Che ha presentato ormai un anno fa un disegno di legge delega con l’ambizione di fare la riforma definitiva.
      Ma quel provvedimento è rimasto fermo in Parlamento e lo stesso governo, dopo le osservazioni fatte dalla Ragioneria generale e dall’Inps ha dovuto ammettere la necessità di una copertura da rinvenire, anno dopo anno, nella Finanziaria. Questo per far fronte al previsto taglio dei contributi di 3-5 punti per i nuovi assunti (in modo da ridurre il costo del lavoro) senza però diminuire l’importo delle pensioni (che continuerebbe ad essere calcolate come se l’aliquota fosse sempre del 33 per cento).
      Così la riforma, che nelle intenzioni di Maroni doveva entrare in vigore dall’inizio del 2003, non potrà partire prima del 2004. Ma, se nel frattempo da Bruxelles dovesse arrivare la ricetta europea, tutto cambierebbe. Si aprirebbe un tavolo con le parti sociali sotto il vincolo europeo e quelle proposte che sono rimaste fuori dalla delega potrebbero tornare in campo, a cominciare dall’estensione a tutti del metodo di calcolo contributivo, che spingerebbe i lavoratori a ritardare il pensionamento e consentirebbe risparmi di spesa crescenti negli anni.
Enrico Marro