Precarie in catene al congresso «Contro i soprusi»

05/05/2010

Tutto inizia con una lettera di Alessandra Mangano sul blog della Filcams di Trento. Palermitana, si definisce «precaria licenziata dalla Cgil Sicilia, contratto a progetto, ma utilizzata come impiegata a tempo determinato, con una promessa di stabilizzazione che poi non è mai arrivata». Ezio Casagranda, segretario della Filcams di Trento e titolare
del blog, spiega che quello di Alessandra è il terzo caso di precariato in Cgil di cui è venuto a conoscenza. Il primo, quello di Simona Micieli di Cosenza: «lavoro in nero per cinque anni.
250 euro mensili. Contratto part time lavorando tutta la giornata. Zero regolarizzazione. O così o te ne vai». Anche Romina Licciardi ha la sua storia da raccontare: «ero Consigliere provinciale di parità presso la Cgil di Ragusa, sono stata licenziata dopo 14 anni di lavoro per aver chiesto un trasferimento in seguito a episodi di molestie e mobbing». «La Cgil deve essere cristallina. Soprattutto sulla precarietà non ci possono essere contraddizioni», dice ancora Casagranda. Di telefonata in telefonata il filo di Alessandra diventa un fiume in piena fino ad arrivare ad oggi, giorno che segna lo scoppio del «caso precari in Cgil», soprattutto donne. Sicilia, Calabria, Trentino, Puglia, Abruzzo, Campania…da queste regioni oggi saranno presenti, incatenate sotto il Palacongressi di Rimini, una trentina di persone del comitato «Con Simona, Romina, Paolo, Alessandra… contro i soprusi della Cgil». Dalle ore 9 con il loro
striscione e le loro storie, firmatari di una lettera aperta alla Cgil. Il gruppo da marzo è presente anche su Facebook. Il problema sembra dunque aver travalicato le singole situazioni regionali, «Epifani ci deve delle spiegazioni » dice Simona. Enrico Panini, segretario Cgil responsabile delle politiche organizzative, è un po’ stupito, ci dice che è a conoscenza solo di tre casi e che «non è precariato: due contratti erano a tempo indeterminato. Sono singoli casi specifici tutti diversi, mi risulta solo una legittima denuncia su una situazione lavorativa che è comunque ancora da verificare». Il fatto è che queste ragazze se hanno lavorato in Cgil è perchè ci hanno creduto. Conclude Alessandra: «questa scelta non significa rinnegare la Cgil, né offenderla. Ma bisogna rinnegare chi questa Cgil vuole distruggerla».