L’Unità – Precari oggi, pensioni da fame domani

01/03/2017

Coi voucher si pagano più contributi, ma senza alcuna tutela previdenziale o assistenziale * Dopo 35 anni di lavoro diventeranno pensionati con poco più di 200 euro al mese

Piccinini: si cancellano i rapporti strutturati passata da 60 a 36 anni in maggioranza donne Camusso: subito la data del referendum «Il lavoratore a voucher è quello che in proporzione agli altri rapporti di lavoro paga di più, tanto di più, ma riceve meno, molto meno degli altri».

Morena Piccinini, presidente Inca, squaderna i dati dell’ultimo rapporto del patronato Cgil sui buoni lavoro. E i numeri fanno tremare i polsi. Il 13% di aliquota previdenziale richiesta a chi lavora con Rassegno» da 10 euro lordi non è richiesto a nessun altro lavoratore, e a fronte di questo sforzo (tutto a carico del dipendente), corrisponde un trattamento misero. Il voucherista a 70 anni, e dopo 35 di lavoro andrà a prendere appena 208,35 euro al mese. Ovvero, 194 in meno rispetto alle Partite Iva, 317 rispetto a un collaboratore, mentre un lavoratore part time nelle stesse condizioni lo supererebbe di 320,54 euro e un agricolo di 811. Insomma, paragonato a tutte le forme di lavoro «flessibile», il voucher è il più costoso e il meno vantaggioso. Ipotesi di scuola, si dirà: nessuno passerà tutta la vita da voucherista. Ma il punto è esattamente qui: questo strumento non serve più a coprire le esigenze occasionali, ma sta lentamente occupando tutti gli spazi del lavoro, di fatto destrutturando quello più strutturale. Di qui la conclusione deU’Inca: non serve a far emergere il nero, ma al contrario a «oscurare lavoro e tutele». Lo conferma la responsabile Filcams Cgil Maria Grazia Gabrielli, che elenca tutte le varie forme flessibili del suo settore, per cui si può lavorare nei week end o qualche notte, che sono state via via sostituite da questo «non contratto» ancora più penalizzante per il lavoratore. A dimostrare che i voucher di fatto sostituiscono lavoro strutturato e non quello informale occasionale sono gli stessi dati che proprio la Cgil è riuscita a ottenere dall’Inps sui maggiori utilizzatori: grandi imprese, club di calcio, persino agenzie di lavoro interinale (che in questo modo rinnegano il loro molo). Al fulmicotone la battuta di Susanna Camusso, che ha chiuso ieri la presentazione del rapporto. «Ho l’impressione che il campionato di calcio in Italia, quello per cui tutti voi vi preparate ogni settimana, sia un evento occasionale e imprevedibile», dichiara, ricordando quante società sportive utilizzino i voucher. La leader della Cgil ricorda che si è arrivati al 32 esimo giorno (dei 60 previsti per legge) dalla decisione della Consulta e ancora non si decide la data del referendum abrogativo. «Noi vorremmo votare – insiste Camusso – Anche perché abbiamo l’impressione che anche chi dichiara che vuole tornare al passato, immagini comunque delle quote da lasciare per le aziende». Inaccettabile per la Cgil, che considera questo strumento un passo fatale nel cammino verso la cancellazione totale della «relazione tra lavoro che fai e retribuzioni che prendi», continua Camusso. «L’unico tema che riguarda il lavoro nel dibattito pubblico è che deve costare sempre meno – continua la segretaria – Se andiamo a- vanti così si arriva al lavoro gratuito, o ai casi che abbiamo già denunciato delle bibliotecarie della Biblioteca nazionale pagate con gli scontrini di spesa. Le abbiamo intervistate, abbiamo informato il Paese, ma dal Parlamento non è arrivata nessuna reazione. Questo preoccupa». Andando avanti così, non si sa bene dove si vada a parare: diventa senza senso parlare di formazione, innovazione, merito. A parlare di polverizzazione del valore del lavoro è il sociologo Patrizio Di Nicola, che racconta come i suoi allievi abbiano già interiorizzato l’idea di dover lavorare pe run po’ gratuitamente. «Ma esiste una discriminante etica tra lavoro volontario, fatto per non profit – spiega – e lavoro retribuito». Mentre Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio, parla di «svuotamento del valore sociale del lavoro, considerato sempre più una semplice merce». Per l’Inca più che i numeri valgono i fatti, le esperienze di vita che ogni giorno si raccontano agli sportelli. E qui si entra in un girone infernale. Sul banco degli imputati stavolta c’è l’Inps, che ancora non riesce a inserire le posizioni contributive dei voucheristi. Di conseguenza «quando un lavoratore chiede che gli venga liquidata la pensione con quei contributi – spiega Piccinini – si vede respingere la domanda perché non sono in posizione». Eppure – udite udite – l’Inps ha incassato l’incredibile somma di 205 milioni e 409.502 euro negli ultimo 8 anni (2008-16) per gestire il servizio. Somme pagate con un obolo di 50 centesimi a voucher sborsato interamente dai lavoratori. Si parla di quasi200milioni e mezzo a fronte di 534 milioni e 324.704 contributi versati. Siamo quasi alla metà di spese per servizio. «È una cosa scandalosa – insiste Piccinini – Non c’è nessun settore, nessuna azienda e nessun lavoratore che paghi direttamente l’Inps per incassare i propri contributi». Quando riesce a incassarli, naturalmente. Insomma, la destinazione di questi versamenti non è affatto chiara. Non va molto meglio sul fronte della tutela Inail sugli infortuni: formalmente il lavoratore è coperto dall’assicurazione che garantisce 32,38 euro dal quarto al 90esimo giorno di assenza dal lavoro, e 40,48 euro dal 91esimo giorno fino a guarigione. Vista così, sembra un gran vantaggio, visto che il reddito medio di un voucherista è di 450 euro l’anno (60 voucher) pari a 50 euro mensili. Ma dai radar dell’Inca si capisce che le aziende non denunciano quasi mai gli infortuni, a meno che non siano gravi. Altrimenti considerano gli incidenti una semplice malattia, per cui non c’è alcuna tutela. Buoni lavoro. Sono aumentati in misura esponenziale dai 535mila del 2008 ai quasi 134 milioni del 2016.