Precari nascosti nei centri commerciali

10/05/2010

Basta parlare con quei ragazzi che corrono magari con i pattini a rotelle lungo infiniti corridoi, per toccare con mano la precarietà. Siamo nella pancia dei centri commerciali. L’ottanta per cento sono donne. Fanno quattro mestieri: mamma, moglie, figlia e lavoratrice. Spesso devono lavorare anche la domenica. Senza però adeguati servizi sociali. C’è l’area di parcheggio per i figli dei clienti ma non l’asilo nido per i figli di chi lavora.
La loro testimonianza l’ha portata al congresso della Cgil appena concluso Franco Martini, un tunisino di famiglia livornese, segretario della Filcams (il sindacato che si occupa di coloro che operano nel commercio e nel turismo). È il «terziario» (per differenziarlo da industria e agricoltura), il settore che doveva, secondo alcuni, compensare il calo occupazionale dell’industria manifatturiera e agricola. È uno dei principali luoghi, spiega Martini, «dell’incertezza esistenziale, dell’assenza di futuro ». Spesso con lavoratori di serie B, figli di nessuno. Capita poi che si chiudano importanti catene distributive e si aprano enormi cattedrali a poche centinaia di metri da quelli appena chiusi. E nei nuovi si riproducono quelle moderne ingiustizie, che hanno accompagnato la crisi di molte catene distributive. Con qualche amministratore pubblico anche di sinistra che si lascia incantare dalla promessa che così crescerà nuova occupazione.
Ma non sarà un centro commerciale a Termini Imerese, osserva il segretario della Filcams, ad assicurare il futuro lavorativo a chi produceva automobili. Dentro quei modelli distributivi il lavoro a tempo pieno non esiste più, e due part-time non fanno due occupati, così come, a mezzo lavoro «non può che corrispondere mezza esistenza, senza la possibilità per i giovani di mettere su casa e famiglia».
Ecco al congresso Cgil si è discusso molto di questo e di «confederalità». E vien da pensare che una vera confederalità (ovvero il ruolo della struttura confederale) non dovrebbe consistere solo nell’affermare la supremazia burocratica sulla categoria. Un tema toccato anche da Martini quando allude alle ingiustizie chiuse appunto nella pancia dei centri commerciali (ma anche in affollati studi professionali). Non dovrebbero essere temi affidati alle sole categorie, ma anche vedere l’impegno delle strutture confederali. Occorre saper tenere insieme i vari pezzi del mondo del lavoro.Non è possibile, ad esempio nella marea degli appalti, ma anche nelle varie Rosarno che costellano il Paese, che ognuno pensi di difendersi da solo. Occorre impedire che nel crescente ciclone della crisi sia alimentato il conflitto «fra poveri e un po’ meno poveri».