Precari, basta una chiamata

07/02/2005





 
   
venerdì 4 febbraio 2005
CAPITALE/LAVORO




 
Precari, basta una chiamata
Il «job on call» da oggi entra nelle imprese. Lavoratori ordinati via email o solo a voce
Intermittenti a vita Il governo toglie i vincoli agli orari: a rischio il riposo tra un turno e l’altro. Registrati solo una volta all’Inps, e poi i caporali hanno mano libera. La Cgil: «Si legalizza il lavoro nero, questa legge va abrogata»


ANTONIO SCIOTTO

Il lavoro a chiamata o «intermittente» è pronto a entrare nelle fabbriche e negli uffici, ieri il ministro del welfare Maroni ha emesso la circolare che chiarisce i termini di applicazione. Per i lavoratori italiani a cui si riferisce l’istituto – disoccupati e inoccupati under 25; over 45 espulsi dal ciclo produttivo – si prefigura (se già non lo era abbastanza) un futuro da intermittenti, precari o di semplice permanenza nel lavoro nero. Anche se non sarà facile per le aziende applicare questo nuovo prodotto del «supermarket della precarietà»: il lavoro a chiamata, infatti, è uno dei pochi istituti della legge 30 che mette d’accordo Cgil, Cisl e Uil; i sindacati hanno fino a oggi rifiutato nella maniera più assoluta una trattativa sul tema, tanto che il governo ha dovuto fare da sé per definire la circolare applicativa. Nello stesso tempo, Cgil, Cisl e Uil non hanno accettato che il
job on call (nome inglese del lavoro a chiamata) penetrasse in alcun contratto nazionale.

Resti nel lavoro nero

Il contratto di lavoro a chiamata, che può essere a tempo determinato o indeterminato, permette all’impresa di utilizzare il lavoratore solo nelle ore in cui ha bisogno della sua prestazione. La retribuzione per le ore lavorate prevede tutti gli istituti del lavoro subordinato. Nel caso si firmi un contratto con obbligo di risposta (devi recarti al lavoro quando è richiesto), quando non si lavora si percepisce a titolo di indennità il 20% della retribuzione piena; senza obbligo di risposta, al contrario, per le ore di inattività non si percepisce nulla. Il datore di lavoro deve dare un preavviso di almeno 24 ore, in forma scritta (fax, email, telegramma) o verbale (una telefonata, un incontro casuale per strada, etc.). Inoltre, bisogna comunicare all’Inps solo l’attivazione del contratto e la sua cessazione, e non ciascuna chiamata, limitandosi nel tempo della sua durata al semplice versamento dei contributi. E qui sta il primo «intoppo». Contrariamente a quanto annunciato ieri dal Sole24Ore e dal professor Michele Tiraboschi, che hanno esaltato il job on call affermando che è un modo per «combattere il sommerso», il lavoro a chiamata offre invece un ottimo pretesto e una copertura insperata agli imprenditori e ai caporali che lavorano nel sommerso. «Mettiamo che come imprenditore edile io iscriva un muratore all’Inps il primo giorno del contratto – esemplifica Alessandro Genovesi, Cgil nazionale, subito dopo aver letto il testo – Posso poi utilizzarlo a nero per anni: se infatti verrà un controllo dell’ispettorato, potrò dire che l’operaio sta in quel momento lavorando a chiamata, avendolo io contattato a voce il giorno prima». Dunque interi stipendi fuori busta, mentre a fine mese si possono versare pro forma all’Inps contributi per poche ore a chiamata: una pacchia per i caporali.

Orari iperflessibili, robot a comando

Nel caso in cui hai l’obbligo di chiamata, se rispondi «no» il datore di lavoro può chiederti indietro tutte le indennità pagate fino a quel momento e citarti pure per danni. La circolare, inoltre, liberalizza la collocazione temporale e l’orario di lavoro: secondo il ministero del welfare dunque questo tipo di contratto non ricadrebbe sotto l’applicazione del decreto legislativo 66/2003 (minimo 13 ore di riposo tra un turno e l’altro) né da quanto previsto dai contratti collettivi (durata massima della prestazione di 8 ore). Non solo a chiamata, dunque, ma dei veri robot a pile. «Nessuna azienda pensi di poter applicare una simile liberalizzazione dell’orario – chiarisce Genovesi – La Cgil impugnerebbe subito i contratti: il job on call, ricadendo sotto i rapporti subordinati, non può sottrarsi ai contratti collettivi e alla normativa sull’orario». La Cgil annuncia anche di impugnare per via giuridica l’intera circolare: «E’ illegittima – spiega il sindacalista – Secondo il decreto 276, il governo avrebbe dovuto prima interpellare le categorie firmatarie dei contratti collettivi, passaggio mai fatto, e poi il decreto sostitutivo avrebbe dovuto fissare le esigenze produttive e non le figure professionali». «Il lavoro a chiamata è una parte non migliorabile e da abrogare della legge 30», conclude il rappresentante Cgil.