Precari a vita, ecco la riforma Maroni

27/10/2004

              mercoledì 27 ottobre 2004

              Una ricerca dell’Ires-Cgil sui mutamenti delle condizioni di lavoro a un anno dall’approvazione della Legge 30
              Precari a vita, ecco la riforma Maroni
              Solo il 2,3% è stato assunto a tempo indeterminato. Stabilità e sicurezza restano un sogno

              Felicia Masocco


              ROMA Precari erano, precari restano. Con l’aggravante dell’avallo di una legge. Doveva essere una «rivoluzione», invece la riforma del mercato del lavoro si sta rivelando un bluff. Almeno per i collaboratori coordinati e continuativi, quei co.co.co dietro i quali spesso e volentieri si cela lavoro subordinato non dichiarato, ai quali la legge 30 aveva promesso stabilità e sicurezza. Collaborazioni «spurie» erano e collaborazioni «spurie» sono, stando a una ricerca dell’Ires Cgil e di Nidil, il sindacato degli atipici. Tra l’ottobre del 2003 e il giugno di quest’anno solo il 26% dei co.co.co ha cambiato contratto con lo stesso datore di lavoro: il 60% è passato al nuovo contratto «a progetto» e solo l’11% è stato assunto come lavoratore dipendente: l’8,8% a tempo indeterminato – cioè il 2,3% sul totale- e il 2,2% a termine. Una percentuale «del tutto fisiologica, se non al ribasso, si sarebbe cioè avuta quest’anno come in altri, a prescindere dalla nuova legge», ha spiegato la direttrice dell’Ires Giovanna Altieri che ha illustrato la ricerca insieme al segretario confederale Fulvio Fammoni e al segretario di Nidil Emilio Viafora. Tra quelli che il contratto non l’hanno ancora cambiato, il 44,2% non ha ancora avuto una proposta, il 30,5% si è visto proporre il passaggio «a progetto», al 9,1% è stato chiesto di aprire una partita Iva e solo il 4% ha sentito nominare l’agognata assunzione. Il 5% infine si è sentito dire arrivederci e grazie. La musica non cambia tra i collaboratori che hanno trovato un nuovo lavoro (il 30,6%): al 60% è stato offerto un lavoro «a progetto», al 9% l’apertura della partita Iva.

              La ricerca condotta su un campione di 550 persone affronta anche le mutate (o meno) condizioni di lavoro. Emerge che per il 48,3% di coloro che hanno cambiato contratto restando con lo stesso datore tutto è come prima; la situazione è invece peggiorata per il 34,7% e solo per il 17% è migliorata. Il dato diventa ancor meno incoraggiante tra chi invece è passato al «progetto: per il 60% le condizioni di lavoro sono le stesse, per il 10% sono peggiorate. Per l’Ires è «un’ulteriore ed inequivocabile conferma che la legge 30 ha sostanzialmente registrato l’esistente e ha legalizzato gli abusi».


              Il «popolo» dei collaboratori è fatto perlopiù di trentenni (ma il 20% ha tra i 35 e i 44 anni) «in perenne fase di ingresso». Le stime parlano di circa un milione di persone. Le donne sono il 59%. Si tratta di un popolo istruito: più della metà è laureato, il 40% ha il diploma. Una grandissima risorsa per il Paese ricacciato nell’insicurezza e nell’instabilità. E questo nonostante che nel loro lavoro i «connotati» della collaborazione si vedano assai poco. Oltre il 78% lavora infatti per un solo datore di lavoro (l’85% al Sud). L’87,3% svolge la propria attività presso la sede dell’azienda, con una presenza quotidiana nel 70,7% dei casi. Per essere dei semplici collaboratori sono piuttosto assidui. Tanto più che il 40% degli intervistati dichiara di lavorare dalle 36 alle 40 ore a settimana.


              Il 44% dei collaboratori percepisce una retribuzione netta che va dagli 800 ai 1200 euro. Oltre il 33% guadagna meno di 800 euro al mese; il 7,7% non arriva ai 400 euro. Retribuzioni, rileva l’Ires, inferiori del 40-50% rispetto ad un lavoratore dipendente della stessa qualifica e con lo stesso orario. Anche per questo, soltanto il 38% dei collaboratori può fare affidamento solo sul proprio reddito: il 34,7% chiede aiuto alla famiglia e il 27% al partner.


              Siamo dunque di fronte a un 87% di collaboratori che si presenta tutti i giorni in un posto di lavoro, in modo fisso e per 40 ore la settimana: «Questo dimostra che sono, a tutti gli effetti, lavoratori dipendenti che la legge non solo non sana, ma condanna a un futuro di precarietà», è il commento di Fulvio Fammoni. Non sorprende dunque la grande insoddisfazione (espressa dal 62%) per la mancanza di tutele sociali, e per le retribuzioni: «Emerge una forte richiesta di uno statuto dei lavoratori che garantisca redditi adeguati e tutele», spiega Altieri. «L’unica cosa che ci interessava della legge 30 – ha detto Emilio Viafora – era la maggiore certezza nella differenza tra lavoro dipendente e collaborazioni. Una chiarificazione che non c’è stata». E circa la metà dei collaboratori è già alla ricerca di un altro lavoro.