Praticanti Ue senza barriere

14/11/2003

ItaliaOggi (Professioni)
Numero
270, pag. 33 del 14/11/2003
di Claudia Morelli


Una sentenza della Corte di giustizia sull’iscrizione presso l’ordine forense.

Praticanti Ue senza barriere

Albi professionali aperti all’iscrizione degli stranieri

Praticanti Ue senza barriere. I consigli degli ordini forensi non possono rifiutare automaticamente l’iscrizione nel registro dei praticanti di un cittadino Ue laureato nel proprio paese con la motivazione che il suo diploma non sia stato riconosciuto come equivalente in Italia. Piuttosto sono tenuti a comparare i diplomi (straniero e italiano) tenendo conto delle differenze esistenti tra gli ordinamenti giuridici nazionali e solo dopo chiedere eventualmente al richiedente una dimostrazione di aver conseguito (per formazione o tramite eventuale pratica) le conoscenze mancanti. La Corte di giustizia Ue scende in campo per la prima volta per aprire gli albi professionali nazionali ai praticanti stranieri.

Con la sentenza C-313/01 depositata ieri i giudici di Lussemburgo fissano un principio che, pur se reso nell’ambito della professione legale, può essere esteso anche a quelle disciplinate in maniera similare per quanto riguarda la pratica. E che apre una breccia importante anche se, nel contempo, ammette un potere discrezionale dei consigli nel valutare le conoscenze acquisiste dal richiedente. Innanzitutto la Corte ha precisato che al caso di specie non sono applicabili le direttive richiamate dall’ordine forense e dal Consiglio nazionale forense nella loro replica per giustificare il rifiuto all’iscrizione cioè la 89/48 e la 98/5.

La prima, relativa al riconoscimento dei diplomi d’istruzione superiore che sanzionano formazioni professionali di una durata minima di 3 anni, non si applica perché l’attività di praticante, limitata nel tempo e costituendo la parte pratica della formazione necessaria all’accesso, non può essere qualificata come ´professione regolamentata’.

La seconda direttiva, invece, perché riguarda l’esercizio permanente della professione e dunque riguarda gli avvocati completamente qualificati. Piuttosto, evidenzia la Corte, si devono applicare gli art. 43 e 39 del Trattato, relativi ai principi di libertà di stabilimento e di libera circolazione dei lavoratori, visto che il periodo di pratica comporta l’esercizio di un’attività retribuita. I giudici hanno così richiamato la propria giurisprudenza in merito secondo la quale se le norme nazionali non tengono conto delle conoscenze e delle qualifiche già acquisite da un cittadino di un altro stato membro al di fuori dello stato ospitante, l’esercizio della libertà di stabilimento e di circolazione è ostacolato.

Nel campo delle professioni, e di quella forense in particolare, questi principi impongono che le autorità nazionali (cioè i consigli dell’ordine) sono tenute ad accertarsi in concreto delle conoscenze possedute dal richiedente, sia raffrontando i due diplomi tenendo conto delle differenze ordinamentali sia tenendo conto delle esperienze maturate nello stato ospitante. Se a seguito di tale esame emerge una corrispondenza solo parziale delle conoscenze richieste, lo stato ospitante può pretendere che l’interessato dimostri di aver maturato le conoscenze mancanti.